Grazie alle parole del neurologo dell’ospedale più cattolico di Roma, il dott. Mario Sabatelli, si è tornato a parlare del “fine vita”.

Come sappiamo la sanità è legiferata dai politici e spesso condotta dai magistrati. I miei complimenti quindi al responsabile del centro Sla del Gemelli di Roma che ha avuto il coraggio di dire che far scegliere il tipo di vita ad un paziente è la cosa più etica che ci sia finché ha la possibilità di scegliere. E’ il medico che deve dare salute ed è perfettamente preparato a saper spiegare, ancor più nel caso di una patologia come la Sla in cui i pazienti vengono seguiti giorno dopo giorno, quando quella salute che lo terrebbe in vita sarebbe artificiale, di continua sofferenza. Sarebbe una sofferenza fisica che spesso serve solo ai familiari i quali si verrebbero a trovare a fare una scelta fra vita e morte. Una scelta che porterebbe anche chi è in salute a maggior contatto con la morte. Una scelta che verrebbe negata per negare la morte che a tutti fa paura.

Ancor più meritevoli le parole di una figlia la cui madre ha detto basta: «La Sla è un’infame. Toglie tutto, lascia solo il pensiero. Mamma una mattina ha chiamato i medici e sussurrando ha detto no. Poi con l’alfabeto muto si è rivolta a me. Non ce la faccio più, non voglio vivere così». Lei ha scelto ma quanti possono farlo, o riescono a farlo? E’ veramente leale e giusto attendere una scelta, chiedere di voler morire? In casi di fine vita e di pazienti terminali non sarebbe più eticamente corretto accompagnare gli esseri umani senza chiedere di farlo? Non sembra una nuova e grande sofferenza inutile, l’ultima? Forse perché in un paese cattolico la sofferenza è parte della vita e deve accompagnarci fino alla fine per farci capire? Riuscirà la politica a dare una risposta e dettare delle leggi che tutti applicheranno?

Ricordo che tempo fa partecipai ad una riunione per la raccolta di firme per un registro del Testamento biologico al Comune di Milano in modo da far comprendere la volontà dei cittadini di poter scegliere nel momento in cui non abbiano scelta. In un post scrissi la mia esperienza personale che oggi ritorna nella mia mente: “Molti anni fa mio padre Renato ha avuto nel giro di qualche mese due ictus che lo hanno relegato in un letto lontano dagli affetti, non potendolo più gestire nella casa familiare per necessità di assistenza continua, in uno stato di vita vegetale. Ricordo di essermi consultato con mio fratello e di aver poi pregato il collega responsabile di non proseguire in un accanimento terapeutico che non avrebbe altro che portato ad un allungamento delle sofferenze senza risveglio possibile.”

Per mio padre ho scelto io ma sarebbe logico che tutti potessero scegliere, quando sono in salute, se vogliono essere sottoposti ad un accanimento terapeutico senza possibilità di vita reale. Nessuno deve chiederglielo quando succede di essere colpiti. Quella sì diventerebbe una sofferenza ancor maggiore della morte stessa.

La politica, che dovrebbe dettare le leggi, si accorge dell’argomento ciclicamente e se ne dimentica subito. La chiesa cattolica tace pensando che la sofferenza fisica, anche terminale, sia parte della vita. I medici, che giornalmente sono a contatto con la morte, non riescono a divenire un movimento unito che porti ad una legge seria e dignitosa. Perché quando manca la dignità finisce la vita.