Che poi, al di là dei giocatori e degli allenatori, degli stadi e del pubblico, il protagonista è sempre lui. Colpito con violenza, preso a calci, sballottato, spazzato: il pallone, è lui il meraviglioso e oscuro oggetto del desiderio di tre quarti del globo durante il mese di Brasile 2014. Il nome scelto per questi Mondiali è Brazuca e rimanda alla diaspora brasiliana seguita al crollo della dittatura militare all’inizio degli anni Ottanta. Le caratteristiche tecniche, assicurano pool di fisici e scienziati, sono le migliori possibili. La sfera infatti sarà coperta da un rivestimento con sole sei cuciture, nulla di paragonabile alle trentadue di cui è dotato un pallone normale, per permettere traiettorie più costanti ma meno prevedibili. E a differenza del precedente e criticatissimo Jabulani di Sudafrica 2010, queste cuciture sono più profonde, per creare la necessaria turbolenza stabilizzatrice quando il pallone è in volo verso la porta e mantenere l’effetto voluto al momento del calcio.

Il produttore ufficiale dei Mondiali è, come sempre, Adidas, che per la realizzazione del Brazuca è stato coadiuvato anche dai calciatori che ne hanno testato le varie fasi di lavorazione. Il fornitore è l’azienda cinese Forward Sport, con fabbriche sia a Shenzhen, nel sud della Cina, sia a Sialkot, nel Pakistan nord orientale. La cosa apre ovviamente la questione dei diritti dei lavoratori e dell’eticità o meno del pallone. Soprattutto alla luce del recentissimo scandalo che aveva coinvolto Adidas nella realizzazione del materiale tecnico per la squadra britannica alle Olimpiadi di Londra 2012. Ma i vari test condotti dalle Ong sembrano convergere verso il semaforo verde: il Brazuca è, nei suoi limiti, un pallone etico. Lontani i tempi in cui le cuciture a mano dei palloni sfruttavano il lavoro minorile, oggi il rivestimento della sfera è pressato termicamente in appositi macchinari.

Altroconsumo, previo appuntamento di mesi, si è presentato con un controllore nella fabbrica di Shenzhen e, pur non potendo fare riprese, ha trovato condizioni di lavoro piuttosto stabili e favorevoli. Il problema è nel reparto di stampaggio, dove la tossicità delle sostanze chimiche impedirebbe di sostare nella medesima stanza per più di 15 minuti. Così è stato nell’ispezione di Altroconsumo ma, appunto, la visita era prevista con mesi di anticipo (guarda). Anche le organizzazioni che si sono recate a Sialkot, nelle fabbriche dove quasi il 90% delle operaie sono donne e che storicamente producono palloni, hanno ravvisato condizioni di lavoro nella norma. L’unica stortura è che lo stipendio mensile di un’operaia pakistana, vicino ai 100 dollari, non permetterebbe nemmeno l’acquisto di uno delle migliaia di palloni da loro prodotti, immessi sul mercato al prezzo di 130 dollari ciascuno.

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