“Se stanno in galera… evidentemente se lo meritano” così dicono molti nostri concittadini. E invece no. La galera italiana non se la merita nessuno. Lo sostiene la Corte europea dei diritti dell’uomo. Un anno e mezzo fa ci hanno detto che le nostre galere sono disumane. E per fortuna che nel bel paese diversamente-civile non c’è il reato di tortura, se no venivamo denunciati anche per questo.

E visto che a mezzanotte di mercoledì scadeva il tempo supplementare che l’Europa ci ha dato per mettere a posto i nostri diversamente-gulag e trasformarli in prigioni altrettanto infami, ma un poco più umane, siamo entrati a Regina Coeli, lo storico penitenziario della capitale.

Sei persone in venti metri quadrati, magari chiusi giorno e notte in quei pochi passi, sono una misura tollerabile per lo stato democratico nel quale viviamo. Tollerabili anche se le normative europee dicono che un maiale deve crescere in almeno sei metri quadrati.

Due vecchi in una celletta senza doccia nella quale il cesso è accanto al fornello dove si prepara (a spese dei detenuti e con prodotti costosi imposti dalle grandi aziende) è un fatto ordinario nel paese della cucina mediterranea, quella più sana del mondo. Remote possibilità di lavorare per migliaia di reclusi che vorrebbero pagare il loro debito con la società, ma non gli viene concesso per noia burocratica, per impegno a singhiozzo motivato da altri problemi in agenda, per disinteresse generico è ovvio in uno stato che privilegia i ricchi, accontenta il ceto medio e schifa i poveri.

L’altra sera ho visto le facce di quelli che in galera non c’erano entrati mai. Qualche giornalista e qualche politico. Quelli che non sapevano cosa domandare e aspettavano che qualcuno gli dicesse qualcosa su quell’universo sconosciuto. Quelli spaesati da tanto orrore. E restavano muti o balbettanti.

E allora perché non portiamo anche i nostri studenti, a partire dai più piccoli, in gita nelle nostre prigioni?

Portiamoceli e facciamoceli dormire per una settimana come quando vanno a vedere i morti antichi di Pompei o l’ammucchiata di opere d’arte del Louvre. Una gita di coscienza.

Portiamoli lì dove il paese nasconde il suo lato più impietoso e miserevole.

Lì dove la politica passa raramente e con pochissimi suoi rappresentanti. I radicali, per esempio, che hanno una montagna di difetti, ma anche qualche raro brillante pregio (lo scrivo senza trasporto, ma con sincero rispetto). Lì dove gli elettori di sinistra sposano le tesi della destra fascista e vorrebbero vederci un sacco di gente rinchiusa, anche se la sinistra di trent’anni fa voleva superarla quella istituzione repressiva.

Facciamo un servizio al futuro. Portiamoci i nostri figli (anche il mio che va in seconda elementare) a vedere cosa rimane dell’individuo quando (anche se violento e pericoloso) viene privato di tutto.

Come si può riconciliarlo con la società in questo modo?