Come Berlusconi, Matteo Renzi ha il suo maggiore nemico proprio nell’Europa. O meglio: nell’Europa tedesca del governo bianco-rosso della signora Merkel. Ricordiamoci che Berlusconi, presunto complotto a parte, è stato disarcionato come primo ministro italiano dall’Unione Europea e dalla grande finanza internazionale grazie al balzo verticale dello spread tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi. Non sono stati certamente i “comunisti” come Bersani, Letta e D’Alema, e neppure Monti e le “toghe rosse” a costringere Berlusconi alle dimissioni, ma è stata la finanza europea e anglosassone a punire l’inaffidabilità e l’inconsistenza del governo di Silvio verso il debito pubblico e l’economia.

Renzi, l’uomo della speranza per le famiglie italiane, l’uomo delle infinite promesse, potrebbe fare una fine analoga se la Ue – come è quasi certo – non modificherà le sue politiche suicide d’austerità. L’austerità europea potrebbe fargli mancare tutte le sue promesse e disilludere rapidamente il suo elettorato. L’esempio di Monti docet. Il professore liberale era molto popolare all’inizio del suo governo ma dopo qualche mese è scomparso dalla scena politica.

La promessa di Renzi è di trasformare l’Italia in “un paese che ce la fa”, in cui è possibile ri-aumentare l’occupazione, dare un reddito alle famiglie, garantire i pensionati, rilanciare la scuola, dare lavoro ai giovani, ecc, ecc. Peccato che le politiche di Renzi e la politica economica europea vadano in direzione esattamente opposta. Le sue cosiddette riforme? Mance elettorali a parte, di fatto consistono di tagli e di precarizzazione del lavoro. Per togliere spazio all’opposizione Renzi ha avviato anche (contro) riforme istituzionali che cancellano la legittima rappresentanza delle minoranze in Parlamento e eliminano sostanzialmente anche il Senato.

Le elezioni hanno premiato oltre misura le sue promesse e l’immagine di “uomo nuovo”, giovane, dinamico e riformista. Ma difficilmente Renzi potrà mantenere i suoi impegni nel contesto di un’economia europea che continua a chiedere tagli alla spesa pubblica e l’esasperata flessibilità del mercato del lavoro. L’Italia avrebbe bisogno di ben altre riforme. Probabilmente l’adesione elettorale a Renzi è già allo zenit.

La Merkel potrà anche fare qualche concessione minore, e Mario Draghi alla Bce potrà anche allentare i cordoni della borsa per non soffocare completamente l’economia europea. Ma è improbabile che la tendenza alla depressione si inverta. Le elezioni europee configurano una Unione molto più debole e divisa di prima. L’alleanza tra Francia e Germania è fallita, le destre avanzano, e l’insofferenza dei popoli verso questa Europa liberista è alle stelle: ogni stato gioca per sé, a partire dalla Germania. I mercati prima o poi se ne accorgeranno.

L’euro è una moneta che è e che rimarrà sempre molto debole perché presuppone una politica monetaria identica (sostanzialmente deflattiva) per 18 paesi molti diversi tra loro e sempre più divergenti. Per vincere Renzi dovrebbe cambiare la politica europea e chiedere la modifica dei trattati. Ma per fare questo non basta avere ottenuto il 40% circa dei voti (cioè circa il 25% dell’elettorato italiano considerando anche gli astenuti). Convincere la Merkel a mollare sarà molto dura. Anche lei ha vinto le sue elezioni sulla linea dell’austerità per i “popoli fannulloni” del sud. E per cambiare i trattati europei – come bisognerebbe fare per trasformare davvero le politiche dell’Unione – occorre l’unanimità di tutti i 28 paesi Ue. L’instabilità europea e italiana è purtroppo destinata a durare. Ma non credo che invece la “balena rosa” di Renzi durerà tanto, come l’ex sindaco spera. La sua forza è soprattutto nella debolezza degli avversari. Tuttavia forse il suo maggiore successo è già alle sue spalle.