Tre giorni fa il movimento Tea Party in Italia ha compiuto quattro anni di vita. Era il 20 maggio del 2010, e un piccolo gruppo di ragazzi di Prato provava coraggiosamente a rilanciare anche qui, nella terra della pizza, degli spaghetti, dei mandolini ma soprattutto della tassazione folle e insostenibile, lo stesso tipo di protesta contro l’interventismo statale e a favore della libertà individuale che aveva da poco sconvolto il panorama politico statunitense. Quattro anni più tardi, il movimento è cresciuto oltre ogni aspettativa di quei primi pionieri: rappresenta oggi una delle voci più coerenti, credibili, originali e trasversali del dibattito politico italiano, lontano dalle piccole lotte di poltrona e dai teatrini che caratterizzano il Partito Unico delle Tasse e della Spesa (con le sue ridicole succursali di “destra” e di “sinistra”, in realtà speculari e identiche).

Molti ci chiedono: “Chi appoggerà il Tea Party alle elezioni europee?”. Strano paese l’Italia: tutti cercano di mettere frettolosamente a posto la propria “coscienza civica” facendo il nome di qualche sconosciuto (o, peggio ancora, di qualcuno conosciuto per le sue politiche sempre deludenti e fallimentari). In molti (candidati e attivisti) ci hanno chiesto di organizzare anche a questa tornata elettorale il famoso “pledge anti-tasse“, quel documento che impegna i candidati, qualora eletti, a votare contro qualunque aumento di tassazione o di spesa. Se anche a livello locale rimane la massima libertà, per i gruppi territoriali, di organizzare una firma con i candidati alle amministrative, il coordinamento nazionale ha deciso di non impegnarsi in una simile campagna per quanto riguarda le elezioni europee: alla scarsa utilità di un simile sforzo si sarebbe infatti unito il serio imbarazzo di provare a stilare una lista di potenziali firmatari che non andasse oltre le dita di una mano, o che non fosse costituita unicamente da “non eletti sicuri” (per i quali, diciamolo senza ipocrisie e al di là della buona fede personale di ciascuno, una firma su qualsiasi impegno post-elezione non costa nulla). Il nostro non è isolazionismo snob: solo una presa di coscienza dell’assenza di qualsiasi candidatura (realistica) caratterizzata da una credibile proposta anti-tasse, anti-spesa, anti-burocrazia e pro-mercato. 

Quattro anni dopo la sua fondazione, il Tea Party Italia è l’unico movimento ancora autenticamente grassroots in Italia. L’unico movimento genuino, vivo e giovane presente nella confusa area pro-mercato italiana, metodicamente e continuamente presa in giro sia da “destra” (dal tassatore Berlusconi) che da “sinistra” (dal tassatore Renzi). Non è certo un patrimonio che vogliamo dilapidare prendendo posizione in uno scontro tutto interno al fronte statalista, nelle sue diverse declinazioni.

Anche la dicotomia “euro sì-euro no”, ortogonale a quella “destra-sinistra”, ci sembra in realtà del tutto interna allo statalismo più integralista. Da una parte troviamo, infatti, la propaganda becera e ignorante di quei no-euro che vogliono più inflazione (ovvero più tasse, visto che l’inflazione è semplicemente una forma subdola di tassazione) e più debito (ovvero più tasse, visto che il debito statale è semplicemente una forma differita di tassazione) per difendere la spesa statale impazzita e le innumerevoli sacche di privilegio che soffocano il mercato. Dall’altra troviamo i difensori di un’unione centralista, dirigista, priva di qualsiasi forma di concorrenza istituzionale, iper-burocratizzata, che vogliono concentrare i problemi e i rischi a livello continentale, immaginando di farli sparire. Balle contro balle, insomma.

La nostra “scelta di campo” è contro di loro. Tutti loro. Il movimento Tea Party continuerà nella sua opera culturale di semina che un giorno, ne siamo certi, vedrà i suo frutti in una generazione nuova. Una generazione che avrà visto sotto i propri occhi il fallimento dello statalismo come i ragazzi della Germania Est videro il fallimento del comunismo.