Gentile ministro Mogherini,

vorrei approfittare della vicenda di Daniele Bosio, l’ambasciatore italiano presso la Repubblica del Turkmenistan arrestato lo scorso 5 aprile e ancora in stato di fermo giudiziario (all’udienza di stamane, che si sperava fosse definitiva, è seguito un ulteriore rinvio). Per carità, i reati che avrebbe commesso sono particolarmente odiosi ed infamanti: abuso e traffico di minori. Come gravi sono le accuse contro i due Marò. Omicidio, quanto meno colposo. Solo che nel primo caso, anche a causa di iniziali notizie di stampa false e “gonfiate”, è sembrata prevalere sin dall’inizio la presunzione di colpevolezza, mentre nel secondo quella, sacrosanta, di innocenza. Per non parlare del trattamento: Bosio a marcire fino a qualche giorno fa in una cella di 30mq con 80 persone, i Marò generosamente ospitati presso una foresteria della nostra ambasciata, dove alcuni chef fanno a gara per servirli e dove ricevono visite non solo di parenti e amici.

Premetto che conosco personalmente l’ambasciatore Bosio, e che lo considero una persona perbene. Prima della sua ultima nomina ha lavorato per 5 anni a Tokyo, dove ha lasciato un ottimo ricordo, come potrà verificare dalle numerose testimonianze raccolte sulla pagina di Facebook nata per esprimergli solidarietà.

Ma non è come amico dell’ambasciatore Bosio che mi permetto di scriverle pubblicamente, e nemmeno come giornalista, circostanza che peraltro mi ha consentito di indagare a fondo, intervistando tutti i principali protagonisti, visionando le carte processuali e parlando con i legali. Attività che mi ha ulteriormente convinto della sua innocenza.

Le scrivo come semplice cittadino italiano. Un cittadino italiano che vive all’estero, che ha girato, come si dice, il mondo, l’Asia in particolare, e che è sempre più preoccupato, spesso disgustato, per la troppo frequente inefficienza, superficialità e incompetenza con le quali le nostre autorità diplomatiche “assistono” i nostri connazionali che si trovano, non importa se colpevoli o innocenti, nei guai all’estero. 

Secondo i dati recentemente forniti dal Mae, gli italiani detenuti all’estero sono circa 3.100. Di questi, quasi due terzi sono in attesa di giudizio. E sono quelli che stanno peggio, in quanto meno “assistibili”. Perché mentre molti condannati possono usufruire delle norme previste (ma non sempre applicate) dalla Convenzione di Strasburgo e da ulteriori accordi bilaterali per l’espiazione della pena nel paese di origine, i detenuti in attesa di giudizio sono, di fatto, abbandonati al caso. Quelli più fortunati, “ammanicati”, mi passi il termine, e facoltosi possono cavarsela in pochi mesi, giorni, a volte ore. Altri invece rischiano di marcire in carcere, in condizioni spesso disumane, per non avere avuto, al momento dell’arresto, adeguata “assistenza”.

Ed è esattamente quello che è successo all’ambasciatore Bosio, che pur non è uno sprovveduto e che un buon avvocato avrebbe potuto permetterselo. Peccato che ci abbia messo quasi una settimana, prima di trovarlo, perché quello suggeritogli dall’Ambasciata era una civilista. Un luminare del foro, per carità, ma una civilista. Assolutamente ignara di procedura penale, invece di precipitarsi sul posto si è limitata a suggerirgli di firmare tutto quello che gli chiedeva la polizia, aggiungendo, “fanno tutti così”. E così ha fatto anche Bosio, apponendo la firma su un foglio pressoché illeggibile che in realtà conteneva la rinuncia all’habeas corpus, il diritto cioè di essere scarcerato entro 48 ore in caso non fosse stato possibile contestargli un capo d’accusa. Se non l’avesse firmato, Bosio oggi sarebbe libero, probabilmente già in Italia, impegnato a difendere la sua reputazione da un provvedimento di sospensione probabilmente legittimo, ma forse un po’ affrettato.

Da quel momento, e fino a qualche giorno fa, Bosio è rimasto rinchiuso in un cella comune di 30 mq con in media altri 80 detenuti. Una cella dove la notte si dorme per terra, uno sopra l’altro, dove molti detenuti sono affetti da malattie gravi e contagiose e dove ogni tanto scoppiano furibonde risse. In oltre 40 giorni di detenzione Bosio è stato visitato solo 2 volte dal suo collega accreditato a Manila, Massimo Roscigno (resosi reperibile solo dopo 17 ore di inutili tentativi, subito dopo l’arresto, dichiarando ufficialmente di aver “dimenticato” il telefonino) e la sua salute è peggiorata giorno dopo giorno, al punto che il giudice si è visto costretto, nonostante l’opposizione delle denuncianti e una stampa fin dalle prime ore schierata contro “l’ambsciatore pedofilo”, a disporne, appunto, il ricovero in ospedale.  

Tutto questo è successo ad un ambasciatore dalla specchiata (sinora) carriera. Cosa mai potrebbe succedere ad un povero, sprovveduto turista? Ad uno studente? Ad un imprenditore? È mai possible che il telefonino di emergenza di un’ambasciata sia spento o squilli a vuoto per 17 ore? Nel caso specifico, Bosio ha giustamente chiamato l’unità di crisi (non tutti i cittadini sanno peraltro che esista, e che ci sia un numero attivo 24 su 24), che gli ha dato tre numeri. Quello dell’ambasciatore Massimo Roscigno (che squillava a vuoto essendo stato “dimenticato”, come ha ammesso lo stesso ambasciatore), quello del suo vice (che era in vacanza, all’estero) e quello di un terzo funzionario, responsabile del consolato, che però aveva cessato le sue funzioni da oltre un anno.

Restava il telefonino di emergenza,  quello indicato anche sul sito dell’ambasciata. Peccato che, come mi ha spiegato l’attuale capomissione, ambasciatore Roscigno, il funzionario di turno lo spenga “ad una certa ora” della sera per non dover poi recuperare le ore notturne. Nel caso specifico, è stato spento alle ore 19. Un brillante esempio di riduzione dei costi, di efficace spending review. Non c’è che dire.

Non le sembra abbastanza per avviare una immediata indagine? Nel frattempo, bisognerebbe avvertire i nostri concittadini, attraverso i siti ufficiali delle Ambasciate che applicano questo sistema e quello della Farnesina, di non mettersi nei guai nelle ore notturne. Perché i funzionari riposano ed il Ministero non può permettersi di pagare eventuali straordinari.

Caro ministro, io non le chiedo di salire su un aereo, come hanno fatto in altre occasioni alcuni leader europei (per non parlare degli americani, che i loro cittadini, siano essi innocenti o colpevoli prima li chiedono con le buone, poi con le “cattive” e infine vanno a riprenderseli comunque, lo trovo decisamente arrogante e comunque contrario al diritto internazionale), ma  le chiedo di porsi, e possibilmente risolvere al più presto, il problema dell’inadeguatezza – per usare un eufemismo – delle strutture e delle risorse preposte alla tutela dei cittadini italiani arrestati all’estero. Un problema più volte denunciato sia da Amnesty International che da associazioni nazionali come “Prigionieri del Silenzio” che da anni cerca di tenere viva l’attenzione su alcuni dei casi più eclatanti. Per carità: per esperienza personale e professionale posso testimoniare l’estrema efficienza di alcune ambasciate. Ad esempio, e da sempre, quella di Tokyo, dove funzionari e dipendenti locali sono sempre reperibili e in grado di fornire adeguata assistenza. Non sembra sia stato così, purtroppo, a Manila. Dove l’ambasciatore Bosio ha dovuto attendere ben 17 ore prima di essere richiamato dal suo collega capomissione di Manila. Che poi, come prima cosa, gli ha consigliato un avvocato civilista.

Da ultimo,  permetta un umile consiglio da chi in Asia vive da molti anni. L’internazionalizzazione dei casi – e mi riferisco anche a quello dei Marò – puntando sulle pressioni dirette/indirette, minacce e sanzioni non funziona. Guai a spingere contro un angolo nazioni che dopo anni di colonialismo si sono dati leggi e procedure formalmente ineccepibili e ispirate alle nostre. Né l’India né le Filippine sono paesi barbari e incivili o feroci dittature: più che stabilire chi ha torto o ragione sarebbe più utile puntare sul negoziato diretto, sul coinvolgimento di persone autorevoli, sul reciproco rispetto, su parole come “malinteso”, anziché “errore”. Con Paesi come l’India e le Filippine, da sempre innamorati e comunque rispettosi dell’Italia, sarebbe stato tutto più facile. E forse ancora lo è.


Riceviamo la seguente replica e pubblichiamo il 22/5/2014, ore 18

Gentile Direttore,

innanzitutto vorrei dire che comprendiamo bene l’angoscia che stanno vivendo la famiglia di Daniele Bosio e i suoi amici, come Pio D’Emilia, ma il quadro che il giornalista ha fatto della vicenda contiene alcune inesattezze sostanziali che è bene chiarire.

Bosio è stato fermato intorno alle ore 20 del 5 aprile a 40 km da Manila e l’ambasciatore Roscigno è andato a visitare il collega il mattino successivo, appena ricevuta la notizia. Sono passate alcune ore e su questo è stata condotta una rigorosa verifica interna per accertare i fatti. L’ambasciatore ha fatto visita altre due volte personalmente a Bosio – l’ultima il 16 maggio – e ha avuto modo di parlare a lungo con lui e con i famigliari. Bosio ha ricevuto poi le visite del vicario dell’ambasciatore e del capo della cancelleria consolare. A questo si aggiungono i numerosi e costanti contatti telefonici con la famiglia. Dunque, pur capendo l’ansia della famiglia di vedere Bosio libero al più presto, è quantomeno ingeneroso dire che sia stato abbandonato dall’ambasciata.

D’Emilio solleva poi la questione dell’avvocato suggerito già il 6 aprile a Bosio dall’ambasciata: è una professionista assai nota a Manila, preside di una delle migliori scuole di diritto, particolarmente qualificata anche in diritto penale ed esperta nella tutela dei minori e delle donne, oggetto nelle Filippine di legislazione speciale. Nello specifico, poi, Bosio non ha firmato un foglio “illeggibile” di rinuncia all’habeas corpus, ma del tutto consapevolmente ha prestato il proprio consenso affinché il procuratore avviasse l’indagine preliminare consentendo allo stesso Bosio di produrre elementi a suo favore. Senza questa firma sarebbe stato concreto il rischio di un rinvio a giudizio entro le trentasei ore successive all’arresto, sulla base delle evidenze in possesso del magistrato in quel momento.

Numerosi, anche ufficiosi e come è ovvio discreti, sono stati – come avviene sempre in questi casi – gli interventi dell’ambasciatore e di tutta la struttura per rendere per quanto possibile meno pesante la detenzione di Bosio e facilitarne l’ospedalizzazione in una struttura privata. Bosio ha inoltre potuto ricevere quotidiane visite da familiari, amici e avvocati grazie ai rapporti di collaborazione instaurati con le autorità locali. L’ambasciata non ha fatto mai mancare la sua presenza anche alle udienze, nei limiti imposti dalla situazione, dal rispetto delle norme filippine e dalla volontà della famiglia di Bosio. Quanto più in generale alla asserita “inadeguatezza” della assistenza ai nostri connazionali all’estero, è un giudizio smentito dai numeri: nel 2013 sono stati più di 3400 i detenuti italiani all’estero che abbiamo doverosamente tutelato quotidianamente, con il massimo impegno da Roma e attraverso i nostri uffici nel mondo, a differenza, è bene ricordarlo, di quanto avviene per numerosi altri Paesi, anche europei, che non applicano un concetto di assistenza consolare ampio come quello italiano.

Un cordiale saluto

Aldo Amati
Capo del Servizio Stampa e Comunicazione Istituzionale Ministero degli Esteri

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Aggiornamento del 22/5/2014, ore 19

Ringrazio il dr. Amati per il suo incipit. Meno per il tentativo di correggere alcuni dettagli, che invece confermo uno per uno dopo averli appena riconfermati con l’ambasciatore Bosio. In particolare quello più grave, sul quale Amati sorvola: il fatto che il telefono d’emergenza dell’ambasciata era spento (risulta dai verbali di polizia, di cui ho copia) e che dal momento dell’arresto, correttamente indicato nelle 20 del sabato alla prima telefonata dell’ambasciatore Roscigno, avvenuta attorno alle 13 della domenica, sono passate 17 ore. Tutto il resto, dall’incompetenza del primo avvocato al foglio illeggibile (ne ho copia) mi è stato riferito, più volte, dall’ambasciatore Bosio. Assurda  e assolutamente falsa è la pretesa che Bosio sia stato ricoverato in ospedale grazie all’intervento dell’ambasciata. Voglio sperare che Amati sia semplicemente male o insufficientemente informato. Il ricovero è avvenuto grazie alle ripetute istanze dei nuovi avvocati (penalisti) e per i buoni uffici di un italiano da molti anni residente nelle Filippine che in passato si è rivelato decisivo per la risoluzione di casi ben più gravi (liberazione di ostaggi etc). Francamente, penso di essere più informato del dr. Amati, in questa vicenda. 

Pio D’Emilia