“Buongiorno, mi chiamo Mark Schulzt e sono qui per parlarvi dell’America”. Il campione olimpico di wrestler prono al microfono, la sua platea è una classe elementare. Perché almeno loro, all’American Dream sono tenuti a credere, finché innocenza persiste. La bandiera a Stelle&strisce completa oggi il suo approdo al concorso di Cannes, portando sul grande schermo le estreme contraddizioni del Paese più influente del pianeta oltre che uno squadrone di star hollywoodiane. Da Channing Tatum a Hilary Swank, da Mark Ruffalo a Julianne Moore, da John Cusack a Robert Pattinson (nella foto). 

La battuta sopracitata apre l’ottimo Foxcatcher di Bennett Miller (già regista di Capote e Moneyball), che segue di un giorno la proiezione dell’altrettanto convincente The Homesman di Tommy Lee Jones, a cui si aggiunge sempre oggi il caustico e attesissimo Maps to the Stars di David Cronenberg, canadese ma di produzione statunitense. Tre film paralleli e diversissimi ma tutti legati alla parabola americana, che parte dal Sogno e si chiude con l’inevitabile consapevolezza che la realtà è ben altro.

Dall’ottocentesco Far West degli spregiudicati pionieri di Lee Jones alla Hollywood spietata di Cronenberg passando per l’oligarchia ricattatoria e criminale di Miller, il risultato sembra confermare il crescente interesse dei cineasti americani a mostrare che “il re è nudo”, il Mito esaurito o meglio delegato a Wall Street: vuoi che si parli di sport, cinema o terre di conquista. I protagonisti dei tre film sono tutti dei disperati, consapevolmente o meno, e chi ancora si affida ai Valori di un’Etica radicata viene fatto fuori (l’allenatore di wrestling Dave Schultz, fratello del campione olimpico Mark in Foxcatcher) o si auto elimina dalla scena (la coraggiosa e integerrima Cully di The Homesman).

Certo, il racconto (letterario, artistico…) della Tragedia Americana è precoce rispetto alla nascita della Nazione stessa, tuttavia è sempre più chiaro che oggi sia diventato connaturato a qualunque narrazione si voglia sviluppare attorno agli States: non ci sono mezze misure, esistono solo i mostruosi assassini sulla collina di Hollywood pronti a scannarsi talvolta senza un motivo. Babystar 13enni quotidianamente dallo psicanalista fino a diventare assassini (l’enfant terrible Benji di Maps to the Stars), miserabili donne che impazziscono per stupro, infanticidio subito o causato e diventano il pretesto per illustrare un West “dorato” sullo nella Leggenda (le tre donne di The Homesman), un giovane campione spezzato dalla megalomania psicopatica di un ricco patriota (Foxcatcher): la sintesi apocalittica di un Paese alla deriva ma che persegue ostinatamente l’idea (diventata ideologia) di essere il Modello di pace e giustizia per il mondo intero.

Qualitativamente i tre film non presentano omogeneità: decisamente sotto il suo abituale livello, il maestro dell’umana mostruosità David Cronenberg con Maps to the Stars (nelle sale italiane già dal 21 maggio) sembra aver abbozzato un frettoloso disegno più che aver dipinto un affresco, benché il soggetto del suo lavoro sia d’innegabile impatto. Migliori le prove dei suoi colleghi, da cui è probabile attendersi alcuni riconoscimenti al Palmares di questa Cannes finora non eccellente.