E’ bene non farsi illusioni: lo scandalo Expo conferma che corrotti e corruttori in Italia hanno ormai da tempo, ben prima e meglio dello Stato, organizzato e posto in essere una gestione efficiente della loro privatistica ingerenza quotidiana nell’amministrazione della cosa pubblica. Dove, manco a dirlo, “efficienza” è ciò che assicura il massimo arricchimento col minimo rischio alla cricca di turno, inesorabilmente a scapito dei bilanci disastrati degli enti pubblici, e dei cittadini che ne subiscono storture e immiserimento. Sono almeno vent’anni che si susseguono ambiziosi piani di riforme che avventurosamente proclamano l’avvio della semplificazione delle procedure amministrative e la liberazione dalle pastoie burocratiche, l’orientamento alla qualità di beni prodotti e servizi forniti, l’attenzione alla soddisfazione degli utenti, i controlli concentrati sui risultati conseguiti – piuttosto che sulla dimensione del mero adempimento cartaceo. Tante buone intenzioni, risultati ben pochi – anzi. Tanto che adesso tocca al governo Renzi impugnare di nuovo la bacchetta magica per tentare ancora – con la lettera aperta in ben 44 punti di buoni propositi – di trasformare d’incanto il rospo di una burocrazia ottusa e refrattaria al cambiamenti in un bel principe, pronto a servire finalmente come si deve i cittadini-utenti.

In attesa di mettere alla prova l’ennesima proclamata rivoluzione della burocrazia italiana proviamo a prendere esempio dai corrotti, e proprio quelli della cupola lombarda degli appalti, che essendo felicemente in affari (illeciti) da oltre 20 anni presumibilmente hanno ormai ben digerito l’andazzo. Mirano forse i corrotti ad ottenere documenti, bolli, timbri? Certo, tutto ciò che fuoriesce dagli uffici dovrà essere formalmente ineccepibile, per non attirare inutili attenzioni, ma a libro paga non si trovano i decisori ultimi, quelli che lasciano le loro impronte digitali sull’atto che definisce i contenuti del bando, assegna il contratto o la concessione, assicura la proroga. Al contrario, è al risultato finale che guardano i corrotti: la nuova corruzione è orientata al “prodotto” finale delle tangenti, proprio come dovrebbe fare un’amministrazione efficiente, e pur di conseguirlo si adatta plasticamente al contesto, non segue schemi prefissati ma si affida alla creatività dei faccendieri. Prendiamo ad esempio i bandi di gara: in molti casi è sufficiente ritagliarli su misura per l’impresa che deve vincere, come un abito di sartoria: “C’è il provveditore e c’è l’ingegnere che sta preparando il tutto… come è pronto il documento del settanta per cento viene dato a una persona fidata…va in azienda e glielo dà, lo guardano…questo non va bene, questo va bene…farlo su misura a me…il provveditore o l’ingegnere sono in sintonia quando è pronto il capitolato che è stato fatto su misura a te e non ad altri”. Tutto ineccepibile, chiunque passi al setaccio le carte non potrà che ammirare la perfezione formale dell’atto, però pienamente funzionale all’esborso finale di tangenti che di sicuro ingrassa i faccendieri, e magari si redistribuisce per altri rivoli occulti ad altri beneficiari politici.

Soddisfazione degli utenti? “Un abbraccio per tutto quello che hai fatto quest’anno”, è il caloroso saluto natalizio di un direttore generale dell’Asl alla vecchia volpe di tangentopoli Frigerio, riciclatosi in veste di intermediario nell’offerta di altissime protezioni politiche – a pagamento – a chiunque ne abbia bisogno, dirigenti Asl ed Expo o imprenditori. Così quando Frigerio gli chiede conto di un incontro con un “amico” ai vertici di una azienda ospedaliera, l’imprenditore Maltauro trattiene a stento la soddisfazione: “questo è molto positivo… molto positivo il fatto di avere questa squadra…è anche bello avere dei soggetti da portare avanti che siano non solo diciamo affidabili… ma che siano anche dei soggetti che quando li proponi… fai bella figura”. Difficile vederli in veste di millantatori i componenti della triade di faccendieri Frigerio-Cattozzo-Greganti – incarnazione bipartisan del “partito unico degli affari”: nei giri giusti da almeno vent’anni, con una reputazione inossidabile, e tali livelli di soddisfazione degli utenti.

Senza poter contare su un’organizzazione aziendalistica della corruzione, l’aspirante corruttore rischierebbe di incrociare le stesse vischiosità che l’affliggono quando incrocia le procedure pubbliche: nelle prime ammissioni ai giudici, proprio Maltauro osserva che oggi “al posto dei grandi partiti, dove almeno si sapeva con chi dover parlare, un’impresa come la sua si trova a dover invece subire il potere d’interdizione di una pluralità di centri di potere parcellizzati, rispetto ai quali sarebbe inevitabile e indispensabile dotarsi di una chiave di interpretazione, di una sorta di traduttore di esigenze, insomma di un lobbista capace di capire chi avvicinare e come conquistarne il via libera”. Il faccendiere-facilitatore assume un po’ le vesti di un responsabile unico del procedimento – però attento alla finalizzazione dell’incrocio tra tangenti e protezioni politiche. Solo che a differenza di quello che stancamente si trascina negli uffici pubblici evidentemente il “responsabile unico della corruzione” ha dalla sua forti incentivi per portare a casa il risultato – i faccendieri della cupola lombarda si accontentavano di percentuali tra lo 0,8 e l’uno per cento del valore dei contratti.

Siamo certi che la task force anticorruzione per l’Expo promessa da Renzi riesca a competere almeno alla pari con quei molteplici “centri di potere parcellizzati” che ancora governano in aree diverse gli scambi occulti tra tangenti, protezione politica e appalti? Il rischio è che il pool di esperti chiamati a “vigilare sugli atti della struttura organizzativa”, ancora una volta composta “non da tecnici in senso stretto ma da avvocati, magistrati contabili, esperti di contratti” – tutti specialisti preparati a riscontrare essenzialmente la regolarità formale dei documenti analizzati – sia impotente di fronte alle sofisticate tecniche di distorsione e predeterminazione delle gare, che passano abbondantemente a monte e a valle di quegli atti, di norma privi di vizi riscontrabili dai soliti esperti di diritto: processi di influenza politica nelle nomine, informazioni riservate trasmesse alle poche orecchie in ascolto, controlli annacquati,  deroghe emergenziali. Senza contare che ormai gli arresti hanno fatto squillano assordanti campanelli d’allarme per corrotti e corruttori, che moltiplicheranno di qui in avanti le cautele per dissimulare per vie traverse le loro relazioni occulte di scambio.

Sembra consapevole di questi rischi il neo-presidente dell’autorità anticorruzione Raffaele Cantone, il quale si è detto fiducioso che si possa “tranquillamente mettere in campo una rete di controlli efficace, intelligente, agile e non burocratica, purché ci sia davvero trasparenza”.  Parole condivisibili: non burocratica, dunque attenta ai risultati – la prevenzione e lo smantellamento delle robuste reti di corrotti e corruttori – piuttosto che alla definizione di ulteriori inutili procedure e controlli formali. Ben venga Cantone a vigilare sugli appalti Expo, purché il governo nazionale e le amministrazioni lombarde coinvolte nel progetto gli assicurino una dotazione di competenze e risorse necessarie a procedere con il necessario rigore: non è sufficiente una slide in più nella prossima presentazione a Palazzo Chigi.