Ricordate la frase così spesso usata “non ti puoi fare giustizia da solo”? Sono poche parole che spiegano, anche se non c’è un costituzionalista in sala, che cosa è lo Stato. C’è una parola opposta e simmetrica: vendetta. Significa che qualunque gesto tu compia in proprio per far valere da solo un diritto negato o punire un’offesa, una ferita, un dolore deliberatamente inflitto, o presunta ingiustizia o la morte, stai violando il più sacro dei patti. Ti stai appropriando di un compito dello Stato. O meglio, neghi che lo Stato esista. E se non esiste, accetti il peso e il rischio di fare da solo.

Per tanto tempo abbiamo detto che soltanto la malavita o un furore malato inducevano ad accamparsi fuori dello Stato e contro lo Stato. Dunque la vasta città del crimine organizzato da un lato e i villaggi dei crimini folli dall’altro. Per tutti gli altri il patto è la Costituzione. Ti dice fino ai dettagli in che Stato vivi, che cosa lo Stato, in ogni istante, è pronto a fare per te. E dove sono stati tracciati i limiti della pur vasta libertà che questo patto prevede per ognuno, individuo o gruppo. Ecco perché, a partire dagli anni Novanta, c’è stato un movimento di cittadini deciso a difendere la Costituzione, contro “bicamerali” di ogni tipo, formali e informali, legali e di fatto. Le cosiddette “riforme”, proposte sempre più spesso a parti fondamentali della carta, hanno rivelato che lo Stato era in pericolo.

Tre parole  hanno cominciato ad animare il paesaggio e a mettere in movimento parti staccate dall’idea unitaria di Stato che in qualche modo la gran parte di noi condivideva. Le tre parole sono secessione, federalismo, lotta contro la giustizia. La secessione ha rappresentato subito una dichiarazione aperta di disprezzo per lo Stato, un reclamo di separatismo fondato su una presunta convenienza. Lo Stato si è assegnato un compito tollerante e noncurante. In realtà ha diviso e contrapposto gruppi di interessi (ricordate la grande truffa delle quote latte?) e ha aperto un lungo percorso di malgoverno locale e nazionale (fino ad avere un ministro dell’Interno secessionista). Il federalismo, privo di una cultura giuridica e pratica e di una legge fondamentale sui diritti civili dei cittadini, che vengono abbandonati ai poteri locali di un improvvisato “Stato federale” ha disarticolato le strutture dello Stato, arricchito ceti e clan politici che hanno fatto in tempo a prendere possesso di questi nuovi poteri e a diventare controparti che spostano quote di ricchezza del Paese senza che sia stato mai definito il come e il quando, e sotto quale controllo. Intanto, fin dall’inizio di questa potente rivoluzione strisciante di negazione dello Stato, si è formata una contrapposizione durissima al potere giudiziario. Una tale contrapposizione nega giudici, codici, autonomie e sentenze. Nega soprattutto l’indipendenza – inviolabile, nello Stato democratico – del sistema giudiziario e lavora alla sottomissione anche personale dei giudici. Ma una battaglia così estrema e così aperta non tanto al potere quanto al lavoro dei giudici e quindi alla loro esistenza, ha una sua causa che fa da perno a tutte le vicende e avventure dello Stato italiano: la corruzione.

Da male antico, come la tubercolosi, che costringeva a continue verifiche, la corruzione italiana si è trasformata in routine che sale dal basso degli infiniti “piccoli” abusi, considerati “necessari”. E piove dall’alto di immense vicende che diventano persino oggetto di ammirazione tanto sono grandi gli impossessamenti privati di parti della ricchezza comune. Come ci dimostrano eventi anche recentissimi in cui infatti da un lato ti meravigliano le dimensioni del furto, dall’altra ti annoia la ripetizione infinita, a un certo punto ti accorgi che la corruzione in Italia svuota lo Stato come una anemia profonda che toglie ogni difesa immunitaria. Il Parlamento, che avrebbe potuto essere l’ultimo presidio di difesa dello Stato, ha ceduto su tutto alla volontà e ai capricci dei più svariati esecutivi, con leggi indecenti, con voti di fiducia ridicoli e con silenzi paurosi. E allora si è levato un vento furioso, detto “antipolitica” che vuole punire tutto, risalendo ai conti e alle responsabilità di questa e di ogni altra generazione politica. Entra in campo con furore e tensione la parola “vendetta”. Ma la vendetta, sia negli stadi sia in politica, non vuole tener conto dello Stato, non lo conosce e non lo riconosce. Nessuna obiezione a lasciarlo morire, da parte degli invasori di campo delle partite controllate in nome di interessi loschi, o in Parlamento, in nome di nuovi gruppi politici portatori, ci dicono, di un mondo nuovo e febbrile disposto ad amputare tutto pur di fare pulizia del prima, che è tutto corrotto.

Intanto Renzi, titolare del nuovo esecutivo senza nostalgie e senza scrupoli, disprezza il Parlamento, immagina solo dipendenti obbedienti, e promette “entrerò nella burocrazia (che è il corpo fisico dello Stato, ndr) con la ruspa”. Uno dei corpi burocratici più esposti e più in vista del nostro vivere in comune, la polizia, viene spinto alla cieca contro gravi pericoli fisici che nessun politico ha voluto affrontare e trasformare in confronto politico. Questo corpo, lasciato solo, ha mostrato, alcune volte, la tendenza a vendicarsi su individui isolati che sono stati identificati (di nuovo, alla cieca) come il pericolo, e che vengono sacrificati a un dio della sicurezza, al fondo di un burrone di solitudine. Lo Stato, come una navicella spaziale frantumata, parla con voci incoerenti da punti diversi e scollegati dello spazio. Non è in grado di assicurare giustizia, di garantire equità, di provvedere ordinata continuità, di fabbricare lavoro. Ecco, noi siamo fermi qui, alla voce “corruzione”, alla voce “solitudine”, alla voce “vendetta”.

Dal Fatto Quotidiano dell’11 maggio 2014