Per una volta sono totalmente d’accordo con quanto diceva stamane il senatore Morra ad Agorà, criticando il decreto contro la disoccupazione su cui il governo ha posto la fiducia: affronta il problema dalla parte sbagliata.

Sono anni che le compagini che si succedono alla guida (?) del Paese adottano la stessa ricetta: presumere di far ripartire l’occupazione dando mano libera alle imprese in materia di fattore lavoro; rendendolo precarizzato, sottopagato, privato di qualsivoglia garanzia.

I fatti ribadiscono da altrettanti anni che l’obiettivo dichiarato non lo si raggiunge in questo modo, mentre la mattanza occupazionale continua; tanto come distruzione di “posti” reali come di non creazione di opportunità per le nuove generazioni.

In realtà la ricetta eufemisticamente detta della “flessibilizzazione” è uno spot con cui il ceto politico manda un messaggio a lorsignori: “noi stiamo dalla vostra parte”.

Un messaggio all’unisono, da quando i politici sono diventati un’unica, indistinta marmellata grazie alla liquidazione dei tratti di riconoscibilità della sinistra organizzata/ufficiale operata sotto il mantra della “Terza Via” dei Tony Blair, Bill Clinton e vari imitatori nostrani.

La faccenda – ossia la delega in bianco ai nostri imprenditori e manager – diventa particolarmente preoccupante accertata la perdita di spinta propulsiva del sistema d’impresa nazionale. La vera malattia che andrebbe curata; fermo restando il contorno di criticità effettive – dal peso delle burocrazie alle incertezze normative e lacci/laccioli ulteriori – che pure gravano. E di certo andrebbero affrontate.

Ma il cuore del problema sta proprio qui: un tessuto produttivo gestito da decenni in una logica statica di pura rendita. Un fenomeno che viene da lontano, dalla serrata degli investimenti che si fa risalire alla fine degli anni Settanta. Fenomeno per cui – gradatamente – le nostre proposte merceologiche e di servizi hanno perso presa nei mercati competitivi. Visto che concorrevamo in larga misura con prodotti a medio/bassa tecnologia incorporata, dai beni per la casa a quelli per la persona. Facilmente imitabili e ormai largamente imitati dai Paesi di nuova industrializzazione, dove vigono condizioni di lavoro (tendenti al servile) difficilmente riproducibili in una realtà come quella italiana; se non al prezzo della liquidazione dello stesso ordine democratico.

Un prezzo che questa classe politica di Seconda Repubblica probabilmente non disdegnerebbe di pagare, pur di continuare a restare in sella. Magari giocando tutte le carte illusionistiche di cui dispone. Magari facendo la boccuccia stupita se un ex ministro degli Interni risulterebbe implicato in storie di mafia. Del resto anche la mafia si direbbe ormai perfettamente cooptata nel club esclusivo dei lorsignori. Come quell’ex ministro Scajola dimostrava di aver compreso per tempo. Al tempo della sua prima disavventura giudiziaria quando, sindaco democristiano di Imperia, finì nelle indagini sul tentativo sospetto da parte di organizzazioni della malavita organizzata per comperarsi una efficientissima lavanderia di soldi sporchi come il Casinò di San Remo (prosciolto successivamente da ogni accusa).

Memorie corte. Visioni corte. Ma attenzioni a chi di dovere molto presenti. Come quelle di un governo che vorrebbe farci credere di rilanciare economia e occupazione precarizzando. Probabilmente consapevole dei propri limiti, che gli impediscono di battere la strada maestra imboccata dai paesi che affrontano seriamente il problema: avviare un New Deal nazionale per l’individuazione di specializzazioni competitive come strategia di sviluppo.

Si chiama politica industriale. Ma in Italia non riusciamo neppure a progettare politiche per la nostra prima industria, quella del paesaggio e del patrimonio artistico. Difatti continuiamo a perdere quote turistiche, persino a fronte di Paesi baltici (non particolarmente attrattivi), che l’anno passato sono cresciuti nei volumi di accoglienza del 10% (a fronte del nostro meno 0,5).