Una foto in bikini, scattata in vacanza e ri-pubblicata due giorni fa con una didascalia ironica sulla campagna elettorale. Un gesto provocatorio, per denunciare in modo ironico, l’oscuramento dei media nei confronti della lista Tsipras. Protagonista di questo gesto, a metà strada tra il serio e il faceto, è stata Paola Bacchiddu, una collega che da qualche mese coordina la comunicazione della Lista Tsipiras. Apriti cielo.

Le sacerdotesse del femminismo, le Vestali della parità di genere, le Erinni della difesa del corpo delle donne sono insorte. Con commenti ed invettive degne di un domenicano sul pulpito, hanno dato la stura al perbenismo bacchettone tipico di una certa “sinistra borghese”, da sempre attentissima a predicar bene, ma rotta ad ogni compromesso quando di mezzo c’è l’interesse personale. La sinistra dei salotti romani, delle vacanze a Capalbio è scesa in campo con furore certo degno di miglior causa. Paola – che guarda caso è una giornalista precaria (si dice freelance per addolcire la pillola), ovvero una di quelle tante colleghe che non ha fatto carriera, anzi non ha un lavoro stabile, non perché non sia brava, ma magari perché forse certi compromessi non li ha voluti proprio accettare – è stata linciata dal cerchio magico delle donne “impegnate” a tirarsela e far carriera.
Fortunatamente il suo gesto da Giamburrasca è stato invece capito fino in fondo dalla stragrande maggioranza del popolo di Fb. Si, perché i commenti alla sua foto sono in larghissima parte positivi.

Le persone normali – è stata lanciata persino una campagna di solidarietà verso la giornalista con dei selfie senza veli – hanno capito perfettamente che si trattava di una provocazione, di un gesto anche autoironico per mettere alla berlina un sistema mediatico attento più al gossip, che al diritto dei cittadini ad essere informati anche su una realtà politica come quella della lista Tsipiras che invece è stata letteralmente cancellata dai giornali che oggi se ne occupano solo per le polemiche montate attorno al lato B della portavoce.

Tra i tanti commenti che ho letto due mi hanno colpito. Una donna, si chiedeva cosa sarebbe accaduto se invece di essere la foto di una donna ad essere pubblicata con quella didascalia, fosse stata la foto di un uomo. La risposta è ovviamente che non sarebbe accaduto nulla. Nessuno ci avrebbe trovato niente da dire, perché noi maschi siamo padroni del nostro corpo, possiamo mostralo e usarlo come ci pare, le donne no, devono sempre obbedire a degli schemi, stare ingabbiate in una morsa di codici, di comportamenti: possono essere quelli del mercato, quelli dello stereotipo dell’apparenza, oppure i codici della chiesa della sinistra borghese con i suoi tristissimi riti. Non possono mai essere padrone di loro stesse. Se provano a farlo, a mischiare le carte, a prendere in giro gli schemi, vengono lapidate di insulti proprio da quelle che, almeno sulla carta, sono impegnate a difendere la loro libertà.

Un secondo commento è stato postato da un uomo che si chiedeva giustamente se le sacerdotesse del politicamente corretto impegnate a fare a pezzi la Bacchiddu, avrebbero usato gli stessi strali nei confronti dell’attivista tunisina che si è mostrata a seno nudo (finendo in galera) per protestare contro l’integralismo. Ovviamente no, l’attivista tunisina è un’eroina, la collega italiana una poco di buono o, nel migliore dei casi, una pecorella caduta in errore da redimere e ricondurre alla Chiesa dell’integralismo femminista.

Fa specie che nessuno si spenda così tanto quando ci troviamo davanti ad un uso del corpo femminile per costruire carriere che altrimenti non avrebbero ragione di esistere. O meglio nessuna si spende quando questa prassi, praticamente identica a quella che ha portato a sedere in Parlamento o sui banchi del Governo le pulzelle care a Berlusconi, viene praticata da donne di centro sinistra. Quando si vede la mediocrità far carriera, accedere a candidature, ad incarichi prestigiosi non solo nella politica ma anche in certe professioni come la nostra, tutti abbozzano. Ho letto, a proposito di questo scatto vacanziero, parole di fuoco contro l’uso del corpo delle donne scritte da donne di sinistra (almeno sulla carta) che dovrebbero spiegare attraverso quali meccanismi, partendo dal nulla, senza aver fatto alcunché di significativo hanno fatto fulminanti carriere, sono arrivate a programmi Rai, dove magari facevano ascolti da prefisso telefonico, hanno ottenuto contratti lucrosi e visibilità ovunque. Risposte che ovviamente non daranno mai. Almeno fino a quando non si troveranno in una sera d’estate, su una terrazza romana con un Jep Gambardella che le metta di fronte alla Grande Tristezza delle loro vite.