Rieccole, le prove Invalsi. Ci risiamo: martedì 6, mercoledì 7 e martedì 13 maggio oltre 2.285.000 studenti della primaria e della secondaria di secondo grado saranno costretti a sottoporsi a dei quiz a tempo che, secondo quanto riportato nel manuale del somministratore, puntano ad ottenere “la misurazione dei livelli d’apprendimento in italiano e matematica” al fine di “migliorare l’efficacia della scuola per le fasce più deboli della popolazione scolastica e far emergere le esperienze di eccellenza presenti nel Paese”.

Provate a rileggere con me questi obiettivi. Ora immaginate, se non lo siete, di essere dei maestri. Davanti a voi avete una classe: c’è Fabrizia, la “secchiona”, viene da una famiglia bene, con libri e cd a casa; c’è Mauro, dopo la separazione dei genitori, poiché papà lavora fino a sera, terminata la scuola, trascorre tutto il suo tempo in giro per il quartiere; c’è Hamed che avrebbe bisogno di un educatore di strada che ogni mattina passi da casa a svegliarlo in tempo per arrivare in classe con libri e cartella. Dimenticavo Shiva, lui ce la mette tutta, ma papà e mamma, nuovi abitanti delle nostre cascine di pianura, parlano solo l’indiano a casa. Andrea, invece, è diventato nel giro di qualche mese un vero e proprio bullo, è vittima di qualche episodio di sexting, di tanto in tanto minaccia qualche compagno.

Martedì, Mauro, Fabrizia, Andrea e gli altri faranno le prove Invalsi. Tra qualche mese avremo i risultati. Sono in grado di prevederli già ora: una netta differenza tra nord e sud, Sicilia e Sardegna in fondo alla classifica; in Puglia risultati migliori e al nord punte di eccellenza, ma qualche dato negativo sul Veneto. Buoni i risultati in italiano, peggiori quelli in matematica. Bla, bla, bla. È così da sempre, da quando esistono le prove Invalsi.

Intanto, per migliorare l’efficacia della mia classe, soprattutto per le fasce più deboli, abbiamo tremendamente bisogno di maestri. Per Mauro stiamo pensando, con una collega, di aiutare il padre a sostenere la spesa per aiutarlo nei pomeriggi a restare qualche minuto in più sui libri. Da Shiva, una volta la settimana, va un giovane universitario volontario. In classe a sostenere Andrea, non c’è nessuno. Mentre l’Invalsi, secondo quanto sostiene Cobas scuola (unico sindacato a proclamare uno sciopero) ci costa 14.000.000 euro, esclusi gli stipendi dei dirigenti dell’Istituto, le scuole non hanno più un centesimo per migliorare la cosiddetta efficacia.

Mi viene il dubbio che l’Invalsi serva solo alla nostra classe politica, per legittimare, di ministro in ministro, qualche scelta.

Dall’altro canto com’è stato ben evidenziato dalla fondazione “Giovanni Agnelli” nel recente testo La valutazione della scuola (editori Laterza) dietro ogni modello di valutazione sta un’idea di scuola: “Se tutto quel che per noi conta della scuola è che cosa e quanto i ragazzi abbiano imparato, ci orienteremo in prevalenza verso strumenti di valutazione – presumibilmente prove standardizzate, come l’Invalsi – che ne misurino i risultati e i progressi di apprendimento in modo sempre più affidabile. Se invece, siamo convinti che, oltre agli apprendimenti, ci sia altro che vale la pena sapere per giudicare la qualità di una scuola” (per esempio il grado di inclusione dei disabili, dei migranti; il grado di educazione civica, ecc.) “allora le prove standardizzate non saranno sufficienti e dovremo ricorrere ad altri strumenti, come le visite alle scuole di un team di esperti valutatori”.

Quando penso all’Invalsi, ricordo sempre quanto ho registrato ad un corso sulla sicurezza: una collega della scuola media si alzò in piedi e chiese al relatore, “Scusi, cos’è un comma?”. Sicuramente quella professoressa ai quiz Invalsi avrebbe risposto in maniera perfetta, ma un docente che non sa cos’è un comma, non dovrebbe trovare spazio nella scuola!

Ancora due suggerimenti a chi non è un insegnante.

Il primo: leggete il manuale per il somministratore. In quelle 24 pagine, il signor Invalsi, tratta gli insegnanti come operai alla catena di montaggio e li istruisce in ogni minimo particolare: “Dare il via dicendo: “Ora girate la pagina e cominciate” oppure “Prima di iniziare la distribuzione dei fascicoli della prima prova dire agli alunni: ‘Ora verranno distribuiti i fascicoli per la prova. Non dovete aprirli finché non ve lo dirò’.

Il secondo: se siete mamme o papà sappiate che come genitori avete l’obbligo di mandare i vostri figli a sostenere le prove Invalsi solamente per l’esame di Stato (pena il non conseguimento del titolo), ma per tutte le altre classi, i genitori esercitano il diritto a non far somministrare i quiz ai propri figli.

In questi giorni forse varrebbe la pena rileggere lappello contro l’Invalsi, lanciato dal filologo e storico Luciano Canfora e sapere che in il sistema scolastico finlandese, per esempio, non prevede test come l’Invalsi, ma si accontenta (risparmiando qualche soldo) dei sistemi di valutazione internazionali Pisa. In un’intervista fatta dal settimanale Internazionale a Pasi Sahlberg, dirigente del ministero della cultura e dell’istruzione finlandese, l’ex insegnante di matematica disse: “I nostri studenti devono imparare a studiare, non a superare un test”. Forse anche in Italia dovremmo ripartire da qui.