#IlCapoUltraHaDeciso: la finale di Coppa Italia s’ha da fare. Napoli – Fiorentina resterà impressa nella (seppur breve) memoria degli italiani per la potenza mediatica con cui l’evento ha immobilizzato l’opinione pubblica nostrana, orientando in modo totalizzante la discussione – anche e soprattutto sui social network. Una vicenda che getta l’Italia, per l’ennesima volta, in fondo ad ogni classifica. In termini di cultura politica, di cultura sportiva, di cultura argomentativa. Di cultura.

3 maggio, Stadio Olimpico di Roma. «Le autorità stanno tornando indietro perché le curve hanno detto che si gioca» è il raggelante via libera del telecronista Rai che, a un orecchio ben attento, legittimava in tempo reale la trattativa Stato – Mafia in salsa calcistica. Attribuendo allo Stato, in realtà, poteri ben più rilevanti di quelli effettivamente messi in campo. Perché la trattativa, sì, c’è stata. Ma è avvenuta tra il capitano (Marek Hamsik) e il Capo Ultras del Napoli (Gennaro De Tommaso, figlio di Ciro, affiliato al clan camorrista dei Misso). E altrettanto nella storia resterà l’immagine – veicolata in livestreaming su Facebook e Twitter – del vice questore, distante un metro dal duo Hamsik – De Tommaso e impegnato ad allontanare con veemenza i presenti per non far origliare l’indicibile. Lo Stato c’era, ma come spettatore.

Pronta la difesa delle istituzioni su Twitter, che con l’account ufficiale del Ministro degli Interni ha subito (cioè 20 ore dopo) ha provato a calmare le acque. Ed ecco partire una kermesse cinguettante di stampo alfaniano, perfetta radiografia di uno Stato malato, di costituzione poco sana e poco robusta. In una parola: debole.

 

Fase 1: la negazione. Come se le telecamere di tutto il mondo non avessero immortalato lo stesso tipo di stallo che nell’aprile del 2012 costrinse i giocatori del Genoa a trattare con la propria tifoseria dopo aver incassato 4 gol in 49 minuti. Poi all’epoca si patteggiò, e i giocatori cedettero le proprie maglie in cambio della fine dell’apocalisse sugli spalti. Si parlò anche allora di «clima surreale» e di «tifo come strumento di potere». Alfano? Fu silente. I poliziotti? 10 di numero, restarono a guardare, impotenti.

E i telespettatori? Un po’ hanno dimenticato, un po’ hanno accettato il caro vecchio assunto all’italiana de «alla fine è tutto un magna magna». La panacea morale per tutti coloro che amano lamentarsi al bar degli stipendi milionari dei calciatori pur mantenendo come priorità mensile n. 1 l’abbonamento allo stadio/alla Pay-Tv. Il tutto, ricordiamolo, in un Paese in cui le finali di calcio vengono seguite più dei processi per corruzione dei Premier e in cui a spostare ingenti quantità di voti può essere anche l’acquisto di un certo giocatore in una certa squadra.

 

Fase 2: la solidarietà. Come se le telecamere di tutto il mondo non avessero immortalato la maglietta di Gennaro De Tommaso, inneggiante all’omicida dell’ispettore capo Filippo Raciti, Un assist perfetto al Sap, fresco di polemica per l’applauso del proprio congresso ai poliziotti condannati per la morte di Federico Aldrovandi, che non vedeva l’ora di fare tap-in contro il Viminale: «i morti sono tutti uguali o se qualcuno è più uguale di un altro?».

 

Fase 3: la repressione. Come se le telecamere di tutto il mondo non avessero immortalato uno stadio intero intento a fischiare il proprio inno nazionale. Certo, l’ars declarandi presuppone che si dica che se esiste un problema riguarda solo «poche mele marce» e che non è culturale. Perché se così fosse sarebbero tutti un po’ coinvolti, un po’ colpevoli, un po’ responsabili. Dallo Stato che demolisce l’istruzione sin dalle sue fondamenta (a suon di tagli) al cittadino semplice che alimenta il fuoco perpetuo dell’ignoranza sportiva (a suon di violenza). E allora, da un lato, via con la retorica del «Daspo a vita», della «tessera del tifoso» e magari un giorno, chissà, della sedia elettrica.  Dall’altro, via con la retorica che «il calcio unisce». Fino al prossimo insulto al bar, coro razzista allo stadio, fischio all’inno avversario, ferito. Morto.

Come se a essere marce fossero le mele, e non il cesto. Come se i tifosi italiani non fossero noti in tutto il mondo per fischiare da sempre gli inni avversari, cosa impensabile all’estero. Come se il 99% delle discussioni a sfondo calcistico che intasano Homepage e TimeLine dei nostri social network non fossero pervase da un clima del tutto ostile in cui gli utenti sospendono volontariamente la propria razionalità per augurare la morte di quell’arbitro, il crociato rotto di quel giocatore antipatico, la sconfitta di quella compagine tanto odiata (che procura più gioia della vittoria della propria squadra del cuore: un caso di compensazione patologica di cui la psichiatria dovrebbe al più presto occuparsi, visto che da violenza nasce violenza).

Napoli – Fiorentina è stata il simbolo di una partita persa da tutti: Stato, polizia, vittime, cittadini onesti, tifosi sani. La piazza virtuale italiana ha trovato l’ennesima occasione per dare libero sfogo al suo becero antimeridionalismo contro Napoli. E il migliore amico del calcio moderno, l’occhio incrociato delle telecamere, ha portato lo scempio della trattativa nelle case di tutto il mondo.

Ricapitolando? La criminalità è organizzata. La tifoseria è organizzata. L’Italia, ancora no.