La rivoluzione egiziana del 25 gennaio 2011 è morta e sepolta e il suo spirito si sta rivoltando nella tomba in cui i militari, poi la Fratellanza musulmana e di nuovo i militari l’hanno cacciata negli ultimi tre anni. 

Che la rivoluzione sia morta e sepolta non lo scrivo a seguito delle oltre 1200 condanne a morte, inflitte tra il 24 marzo e il 28 aprile, nei confronti di altrettanti sostenitori dell’ex presidente Mohamed Morsi. Si è trattato delle più numerose condanne emesse in due soli processi nella storia recente della pena di morte. In appello, delle 528 condanne emesse il 24 marzo (al termine di un processo irregolare in cui avvocati difensori e imputati non hanno potuto presenziare e in cui il il giudice non ha verificato le prove né consentito di sottoporre a contraddittorio i testimoni), 37 sono state confermate e 491 commutate in ergastolo. L’appello per le 683 condanne emesse il 28 aprile si svolgerà il 21 giugno. 

No, la rivoluzione non è morta così. È morta quello stesso 28 aprile, quando un tribunale del Cairo ha ordinato la chiusura del Movimento giovanile 6 aprile, l’organizzazione protagonista della rivolta contro Hosni Mubarak, quella che per prima occupò piazza Tahrir nel gennaio 2011 (prima che venisse opportunisticamente riempita dai Fratelli musulmani, rimasti inizialmente a guardare che aria avrebbe tirato), e che sfidò lo stato d’emergenza in occasione dello sciopero generale del polo industriale tessile di El-Mahalla El-Kubra del 6 aprile 2008 (da qui il nome del Movimento), servendosi per la prima volta in quell’occasione dei social media e scoprendone la forza mobilitatrice.

Secondo le autorità egiziane, il Movimento giovanile 6 aprile diffama le autorità ed è colluso con forze straniere. Quali, non è dato saperlo. Quello che si sa è che il Movimento, dopo aver partecipato alle oceaniche manifestazioni di giugno che favorirono il colpo di stato dei militari contro Mohamed Morsi, ha preso le distanze denunciando il ritorno di un regime brutale.

Tre settimane prima della sentenza, sempre un tribunale del Cairo aveva respinto l’appello di Ahmed Maher, fondatore del Movimento, e di altri due attivisti, Mohamed Adel e Ahmed Douma, condannati a tre anni di carcere per aver sfidato il divieto di manifestare senza autorizzazione delle autorità: una delle nuove leggi liberticide introdotte dai militari.

Con la conferma delle tre condanne e la messa al bando del Movimento giovanile 6 aprile, i militari al potere al Cairo hanno definitivamente chiarito che nessuno può sfuggire alla loro morsa.