Ottocentomila fedeli a Roma, senza contare quelli davanti ai diciotto maxischermi sparsi per la città, di cui uno installato sul Colosseo. Quaranta telecamere e dieci regie mobili, per raggiungere i circa due miliardi di spettatori sparsi in tutto il pianeta. Undici milioni di euro spesi dal comune di Roma, solo cinquecentomila quelli spesi dal Vaticano. Questo il riassunto in cifre di quello che avrebbe dovuto essere il “sobrio” evento religioso dell’anno.

Forse la sobrietà risiede nella decisione di accorpare due santificazioni in una, con un notevole risparmio di denaro. Tuttavia, una minoranza di “eretici” cittadini della capitale – specie quelli ricoverati nei reparti di ortopedia per essere precipitati nelle tante buche delle strade romane – sostiene che il comune avrebbe altre priorità di cui occuparsi.

Quel che è certo, è che non si è lesinato sulla tecnologia impiegata: con il 3D sembrava proprio di essere lì. L’effetto era talmente realistico che durante il giro finale sulla papa-mobile mi è venuto il mal d’auto. Con l’HD, le immagini erano più fedeli degli stessi fedeli. Pare che alcuni di essi si aggirassero nei pressi di piazza San Pietro con il televisore di casa sotto braccio, convinti che attraverso di esso avrebbero goduto di una maggiore definizione rispetto a quanto avrebbero potuto vedere attraverso i loro stessi occhi.

D’altro canto, la dimestichezza di Papa Francesco con i mass-media è risaputa. Anche se bisogna ammettere che una certa propensione della Chiesa a non sottovalutare il potere catechizzante del mezzo televisivo, si intravedeva già durante il pontificato di Wojtyla, quando nel 1983 fu fondato il CTV (Centro Televisivo Vaticano), e persino con Giovanni XXIII, con il quale le telecamere fanno il loro primo ingresso nella città della Santa Sede.

E proprio grazie alla tv, il termine canonizzazione assume oggi nuovi significati. In Italia è il rito stesso a essere canonizzato, infatti, per assistere al live dell’evento, bisognava pagare il canone tv, e per alcuni anche l’abbonamento a Sky.

Per quanto mi riguarda, il momento di maggior impatto emotivo è stato il minuto di silenzio che ha seguito l’omelia di Papa Francesco. Una folla così grande che di colpo si azzittisce, è qualcosa che ti scuote dentro. Un raro esempio di flash-mob al contrario. Geniale dal punto di vista comunicativo, e riprova del fatto, che ci sono occasioni in cui le masse esprimono il meglio di loro stesse quando tacciono.

La parola “chiave” dell’evento è stata “Misericordia”. Ieri infatti, si è celebrata non solo una duplice canonizzazione, ma anche la festa della Divina Misericordia, voluta proprio da Papa Giovanni Paolo II. E la misericordia è anche l’indiscussa virtù che accomuna i tre papi protagonisti delle celebrazioni. Misericordiosi a tal punto da subire persino qualche critica. Papa Francesco, secondo alcuni, è stato troppo “misericordioso” ovvero indulgente quando nell’Argentina degli anni settanta, non si è dissociato con sufficiente chiarezza dal regime dittatoriale; Giovanni XXIII, dal canto suo, è stato tacciato di eccessiva “misericordia”, ovvero simpatia, nei confronti del comunismo; e Giovanni Paolo II è stato criticato per eccessiva “misericordia”, quasi indifferenza, nei confronti degli scandali sessuali di cui la Chiesa fu protagonista durante il suo pontificato.

D’altronde non c’è grande personaggio della storia cui non sia stata attribuita, oltre alla glorificazione, anche qualche critica. E a quanto pare neanche i santi ne sono esenti. Persino l’attuale pontefice, in quanto a glorificazione – e qualche critica – come già detto, non è da meno, tanto che non mi stupirebbe se un giorno di questi, fosse lui stesso proclamato santo. Di sicuro un piccolo miracolo l’ha già fatto: una domenica di aprile del 2014 ci ha tenuto incollati su Rai uno per tre ore.