Con il ritiro della candidatura di Giusi Nicolini l‘Italia ha perso l’occasione di portare in Europa la voce di Lampedusa, ovvero di migliaia di disperati che attraversano il Mediterraneo e degli abitanti della piccola isola costretti a contare i morti sulle proprie spiagge.

Giusi Nicolini – al di là delle sue capacità di amministratrice che non conosco e che quindi non mi permetto di giudicare – avrebbe portato al Parlamento europeo l’esperienza diretta del sindaco dell’isola crocevia del principale flusso immigratorio del Mediterraneo. Si perché anche se di immigrazione in Europa se ne parla spesso – soprattutto in seguito a tragedie come quella dello scorso ottobre – la voce di chi si è trovata a gestire queste catastrofi umani avrebbe potuto contribuire a passare dalle parole ai fatti.

Che l’Europa abbia bisogno di una politica di immigrazione comune non è certo un mistero. Le migliaia di disperati che cercano un pertugio attraverso i nostri confini, spesso a rischio della propria vita, meritano una risposta responsabile e tempestiva da parte di tutta l’Ue. Si perché questa politica deve essere collegiale, non si può lasciare una simile responsabilità sulle spalle della sola Italia, che tra l’altro funge spesso da vero e proprio ponte tra l’Africa e il resto d’Europa e paga anche un immeritato prezzo di sicurezza interna.

I Paesi del Mediterraneo (Italia, Spagna e Francia) hanno cercato a più riprese un dialogo salvo poi rimbalzarsi la patata bollente – tra l’altro fatta di vite umane – in occasione delle emergenze, come le frontiere francesi chiuse a Ventimiglia nel marzo 2011. Ma finché non esisterà una politica d’immigrazione comune e condivisa, con diritti e doveri scritti su carta, come un’equa ripartizione degli immigrati o una comune politica di asilo per i rifugiati, ci si troverà sempre punto e accapo.

La stessa situazione si verifica sul confine tra Grecia e Turchia, con la stessa agenzia Ue Frontex più volte accusata di metodi discutibili nella gestione dei flussi migratori. Accuse che andrebbero ridimensionate se si considera le reali risorse, in termini di uomini e fondi, messa a disposizione dell’agenzia stessa.

All’epoca di Ventimiglia l’allora ministro agli Interni Roberto Maroni venne a Bruxelles a “dare i pugni sul tavolo”. Gli risposero con una pernacchia, e il problema restò ancora una volta tutto italiano. Questo perché a Bruxelles non conta il tono della voce ma il lavoro fatto, e sull’immigrazione di lavoro da fare ce n’è parecchio.

Ecco che la candidatura di Giusi Nicolini, anche se non avrebbe di certo risolto il problema Mediterraneo, avrebbe almeno portato nel cuore del Parlamento europeo la voce di un’amministratrice che a Lampedusa non c’è stata solo per i flash dei fotografi dopo una tragedia.

La beffa è che, a quanto pare, questa candidatura sia saltata per le solite beghe di partito dovute alla posizione in lista. L’ennesimo esempio di come la politica italiana sia in grado di generare e alimentare sterili polemiche che fanno perdere di vista la realtà e si rivelano nei fatti controproducenti. Insomma la mancata candidatura della Nicolini sembra una bella occasione persa per costruire al Parlamento europeo un fronte politico internazionale che chieda finalmente una politica d’immigrazione comune e metta fine a queste terribili tragedie.

@AlessioPisano