Sembra una simpatica trovata pubblicitaria, è invece la protesta contro il governo siciliano. “Sul nostro mare dobbiamo metterci una crocetta sopra?” si legge in alcuni cartelloni affissi a Palermo. È il modo scelto da Greenpeace per manifestare disappunto contro Rosario Crocetta, il governatore siciliano che nei mesi scorsi aveva voluto il taglio delle tasse per le aziende petrolifere che vengono a cercare olio nero sull’isola. Gli ambientalisti di Greenpeace puntano il dito soprattutto sulle trivelle dei petrolieri, pronte ad entrare in azione di fronte alle coste meridionali dell’isola. “Le estrazioni petrolifere nel Canale di Sicilia sono una grave minaccia sia per l’ambiente e la biodiversità che rende questo un posto unico al mondo, ma anche per tutti quei settori dell’economia come la pesca e il turismo che dipendono dal mare” avvertono gli ambientalisti, annunciando anche di aver lanciato una petizione sul portale change.org. “Oltre 36.000 persone – spiegano – lo scorso febbraio hanno firmato una petizione per chiedere a Crocetta la convocazione del tavolo di confronto in questione. Non solo dal Presidente Crocetta non è arrivata nessuna risposta, ma nel frattempo Edison e Eni stanno per essere autorizzati a trivellare fino a ventuno pozzi al largo di Pozzallo per l’estrazione di bitume con la piattaforma Vega b”.

La caccia all’oro nero nel canale di Sicilia era stata rilanciata già nell’estate del 2012, con il piano energetico presentato da Corrado Passera, allora responsabile del dicastero per lo Sviluppo Economico. La parola d’ordine del ministro di Mario Monti era semplice: raddoppiare le estrazioni in Sicilia fino a soddisfare il 20 per cento della domanda. Un’idea che era piaciuta molto ai grandi colossi del settore, come la Shell, la Transeunion Petroleum e le stesse Edison ed Eni. Sul tavolo era stata messa anche la proposta di abolire il limite di dodici miglia di distanza dalla costa, perimetro entro il quale è vietato impiantare trivelle. Sulle coste siciliane sono già undici i permessi di ricerca concessi, mentre diciotto istanze sono ancora in attesa di valutazione: si va dalle spiagge dorate di Marsala e Sciacca, fino ai mari dell’isola di Pantelleria e di Favignana, un tempo scenografia della mattanza, la storica e folcloristica pesca del tonno.

Ma quale sarebbe la fetta di guadagno che le aziende petrolifere lascerebbero sull’isola? Nel 2013 il governo regionale aveva raddoppiato le royalties per la ricerca di petrolio sulla terra ferma, portandole dal dieci al venti per cento, per una produzione media che vale più di 300 milioni di euro: in pratica nelle casse siciliane rimarrebbero tra i venti e trenta milioni all’anno, da dividere poi con i comuni interessati dalle trivellazioni. Pochi mesi fa però ecco la marcia indietro, con le tasse tagliate fino al 13 per cento per i cercatori di petrolio desiderosi di andare a caccia dell’oro nero siciliano. “Non possiamo mantenere un alta tassazione per le imprese produttive” si era giustificato Crocetta. Discorso simile è quello che riguarda la ricerca offshore nei mari siciliani, dove le royalties sono bloccate tra il 7 e il 10 per cento, tra le più basse del mondo se si pensa che in Russia arrivano fino all’ottanta per cento della produzione.

Il canale di Sicilia è quindi una vera e proprie miniera d’oro per l’azienda del cane a sei zampe, che sarebbe già pronta a far entrare in azione le trivelle dalle parti di Pozzallo. “Un precedente che rischia di dare il via alla corsa all’oro nero nel Canale di Sicilia. Una follia da fermare prima che sia troppo tardi. Per questo, Greenpeace e Wwf hanno distribuito un documento che riassume compiti e obiettivi del tavolo tecnico: progetti legislativi, iniziative politico-istituzionali, collaborazioni scientifiche e progetti culturali” avvertono gli ambientalisti, che hanno allestito anche un sit in davanti palazzo d’Orleans per chiedere un tavolo di concertazione al governo regionale.