In questi anni abbiamo assistito a due modalità alternative per ottenere visibilità e consenso politico.

1. Farsi accettare, piacere, allargare le proprie conoscenze, entrare lentamente nelle stanze del potere, farsi conoscere da platee di persone sempre più vaste. Questa era la modalità tipica della prima Repubblica. Facevi il portaborse per qualche anno, poi venivi cooptato in qualche organismo del partito fino all’agognato incarico. In questo contesto era importante scegliere il leader vincente a cui fare da galoppino. Non dovevi però scontentare o inimicarti gli altri maggiorenti del partito. Un poco di ambiguità era utile, per cui andava bene se eri un poco di qua ma anche di là. Non dovevi prendere posizioni troppo drastiche per non scontentare nessuno. Nel momento in cui eri tu a divenire leader dovevi agire per la tua parte, ma con un occhio di riguardo verso gli avversari.

2. Soprattutto nella seconda Repubblica hanno cominciato ad emergere gli uomini nuovi che si scontrano con il vecchio apparato. L’importante per costoro era contrastare l’esistente, aprire nuovi orizzonti, rompere gli schemi precostituiti. I leader Bossi, Berlusconi, Di Pietro, Grillo e Renzi hanno iniziato distruggendo simbolicamente la vecchia partitocrazia e inimicandosi i leader esistenti. La forza propulsiva e il consenso elettorale derivavano dalla percezione di novità e dal numero dei nemici. Più i vecchi politici parlavano male del nuovo arrivato più lui si rinforzava agli occhi dell’opinione pubblica. Nel momento in cui il nuovo leader entrava nelle stanze del potere di solito perdeva, gradualmente, la sua spinta propulsiva adagiandosi nelle rendite di posizione che il ruolo conferiva. E’ capitato a Bossi, Di Pietro e Berlusconi. Il segreto, per chi arriva alla notorietà e al potere attraverso questa modalità, è quella di gestire la posizione di leader, continuando lo scontro simbolico con organizzazioni sociali, enti o altri poteri. E’ quello che cercano di fare oggi Grillo e Renzi. Entrambi hanno difficoltà: Grillo perché nel rifiutare i cambiamenti appare inevitabilmente conservatore, Renzi perché svolge contemporaneamente anche il ruolo di presidente del Consiglio. Paradossalmente, però, più nemici ci sono più permane l’aura positiva.

Esisterebbe una terza modalità per ottenere e mantenere il potere. In Italia è poco praticata, vista la frammentazione partitica e la difficoltà di governare il paese.

3. Consiste nella capacità di giungere a qualche risultato apprezzabile e tangibile, tale da determinare un legame psicologico fra il leader e l’obiettivo. Non è importante che il risultato sia perfetto, importa che ci sia stato. Forse l’unico leader che ha legato la sua immagine all’obiettivo dell’entrata nell’Euro è stato Prodi. Il classico meccanismo democratico dovrebbe essere questo: un leader per alcuni anni governa e alla fine del mandato gli elettori possono valutarne i risultati.

In questo momento storico il leader del momento Matteo Renzi cerca di utilizzare sia il punto 2 che il punto 3. Se riuscirà a fare alcune riforme del sistema politico, distribuendo un poco di reddito ai meno abbienti, i famosi mille euro a dieci milioni di persone, rimarrà impresso nell’immaginario collettivo come colui che ha sbloccato l’immobilismo. Se viceversa la sua strategia sarà sconfitta in parlamento avrà contro, simbolicamente, la maggioranza della vecchia Casta incapace di riformarsi. In entrambi i casi trarrà beneficio di immagine.

La frase “molti nemici molto onore” attribuita a Giulio Cesare quando, con ranghi ridotti di legionari, si scontrò nella Gallia con le preponderanti forze di Vercingetorige è stata ampiamente rivisitata da Mussolini durante il fascismo. Attualmente, a mio avviso, rappresenta la principale fonte dell’appeal elettorale dei vari leader. Per anni il primato dei nemici lo deteneva Berlusconi che, forse per questo, ha ottenuto imperterrito per vent’anni notevoli consensi elettorali. Il nemico pubblico dei politici è poi divenuto Grillo che sembra aver ceduto da qualche mese lo scettro a Renzi.

I vari Grasso, Rodotà, Zagrebelsky forse non sanno che con le loro invettive e i loro distinguo sofistici alimentano nell’immaginario collettivo la statura del nuovo leader.