La frangetta invece dei baffetti. Sono questi i nuovi del Pd di Renzi? Prendete Debora Serracchiani. Accendi la tv al mattino e te la trovi davanti. Al tg rieccola. Ti accompagna fino a sera con il suo sorriso che non capisci se in fondo ti derida. Se ti voglia quasi mordere, come ha fatto con il presidente del Senato, Pietro Grasso, liquidato come uno scolaretto che non rispetta la disciplina di partito. È sempre lì, tanto che ti chiedi se abbia trasferito l’ufficio di governatore del Friuli Venezia Giulia a Roma, Saxa Rubra.

Tutti se la ricordano catapultata sulla ribalta nazionale nel 2009 con un discorso da rottamatrice ante-litteram all’assemblea Pd. Era il 21 marzo, bastarono 13 minuti per segnare la primavera di Debora. Per farla diventare leader nazionale e cucirle addosso l’etichetta di nuovo. Ma a leggere il curriculum di Serracchiani – se sfugge la data di nascita, 1970 – viene il dubbio di trovarsi davanti un’ottantenne, tante sono le poltrone accumulate. Nel 2006 viene eletta al consiglio provinciale di Udine. Carica riconfermata nel 2008 (con l’aggiunta di segretario cittadino Pd). Ma in un anno Serracchiani cambia già orizzonte: Bruxelles. Il Friuli le sta stretto. Grazie a quei 13 minuti di gloria viene candidata alle Europee. E l’elettorato Pd la premia con 144.558 voti. Parlamentare europeo a 39 anni. Giovani come Debora, spera qualcuno, manderanno in pensione le vecchie cariatidi della politica che vedono Bruxelles come un parcheggio. Dove si fa poco e si guadagna molto. Ma a lei nemmeno l’Europa basta: il 21 ottobre 2009 viene eletta segretario Pd del Friuli Venezia-Giulia. Bruxelles, Udine e Roma. È questo il nuovo? Debora mantiene la frangetta, ma comincia una metamorfosi dei modi. L’entusiasmo degli esordi lascia spazio a un piglio deciso che zittisce chi osa contraddire. Come certi politici vecchia maniera. Serracchiani è un rullo compressore. E presto anche l’Europa le sta stretta. Prima ventila una candidatura alle primarie per la segreteria Pd. Poi nel 2013, lasciando a metà il mandato europeo per il quale si era impegnata con gli elettori, si candida alle Regionali del Friuli. Presidente di Regione, un impegno a tempo pienissimo. Ma Serracchiani riprende la spola tra Udine e Roma, un presenzialismo che non si capisce se serva a promuovere la Regione o la carriera personale. Dopo un mese è nominata responsabile nazionale Pd per i Trasporti e le Infrastrutture. Regnava Guglielmo Epifani. A dicembre Matteo Renzi la conferma. Impossibile metterla in discussione, Serracchiani è il nuovo. Fino all’ultimo capitolo: dal 28 marzo ha la poltrona di vice-segretario Pd. Altro impegno full time. Serracchiani esordisce con piglio energico. Prende per l’orecchio il presidente Grasso che osa mettere in discussione la riforma Renzi del Senato: deve rispettare le decisioni del Pd. Punto.

Una frase che ti fa pensare ai baffetti di Massimo D’Alema. Ma adesso è tempo di frangette. E allora ti chiedi in che cosa siano diversi i Renzi-boys (o girls). Gente che, come i predecessori, ha lavorato una manciata di anni (molti nemmeno quelli, leggete i curricula dei ministri) prima di diventare politici di professione. Nuovi potenti che fanno collezione di poltrone, ma spesso hanno gli stessi titoli dei loro coetanei laureati che fanno la coda per i concorsi di vigile. Sembra più giovane l’ottantenne senatore a vita Carlo Rubbia che in un’intervista a Repubblica dice: “Non mi preoccupa la mia morte. Le cose sono e continueranno a essere, resterà ciò che abbiamo costruito, l’amore che abbiamo saputo offrire, l’amore che abbiamo meritato. Vado avanti come se niente fosse, imparerò quello che ancora riuscirò a imparare”. Questo è un giovane!

Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2014