Non c’è stato un piazzale Loreto come alla fine di quell’altro ventennio. E nemmeno una rivolta dei suoi scherani come profetizzato da Nanni Moretti nel finale del Caimano. Se proprio si vuole trovare un paragone per Silvio Berlusconi, quello più efficace è forse con Al Capone: entrambi battuti per frode fiscale. Il gangster finì i suoi giorni in gattabuia, il nostro è stato per ora espulso dal Senato e a giorni saprà se dovrà scontare la sua condanna ai domiciliari o ai servizi sociali. Intanto, in quel resta di Forza Italia ci si sbrana sulle spoglie dell’ex grande partito: quello che giusto vent’anni fa tramutò i risultati elettorali in un incubo, con Emilio Fede e le sue bandierine piazzate sulla mappa d’Italia, ogni città conquistata un orgasmo e un sorriso a trentadue denti.

Che cos’è successo in questi vent’anni? Soprattutto, perché? Di chi è la colpa? Si poteva evitare? Si doveva fare questo? Oppure quello? E la sinistra? E gli intellettuali? E i giovani? E le donne? Ce lo siamo chiesti, smarriti, di anno in anno. Se lo è chiesto anche Enrico Deaglio, giornalista di lungo corso e saggista puntuale e raffinato. Lo fece subito, a botta calda, con un libro memorabile, “Besame mucho, Diario di un anno abbastanza crudele” (1994) e torna a farlo oggi con “Indagine sul ventennio” (Feltrinelli). Perché “indagine”? “Perché stiamo parlando di un delitto, o perlomeno di un pasticciaccio brutto. Questa è la premessa” mette le mani avanti Deaglio. “Se invece altri pensano che il Ventennio sia stato buono, che abbia portato freschezza, novità e liberalismo, devo avvertirli che questo libro non fa per loro”.

Come ogni indagine che si rispetti, anche questa ha i suoi testimoni: sono gli esponenti della società civile, della politica, della cultura che Deaglio ha intervistato per venire a capo del busillis: Romano Prodi e Marcelle Padovani, Roberto Saviano, Gad Lerner e Adriano Sofri, per citare i più noti. Ma anche giovani come Fausto Melluso, che è stato rappresentante degli studenti nel Senato accademico dell’università di Palermo, o il blogger e redattore di programmi tv Ivan Carozzi. E,  ancora, lo psicanalista Massimo Recalcati, la scrittrice Silvia Ballestra, lo studioso dei media Peppino Ortoleva. Ognuno mette il suo tassello di conoscenza ma anche di sensazioni. Perché il berlusconismo ha a che vedere, certo, con la politica, ma forse ancora di più con il vissuto di ognuno di noi: questi vent’anni hanno cambiato l’esistenza di chi già c’era è condizionato quella di chi ci è nato.

Lo spiega bene Romano Prodi, l’unico ad aver politicamente battuto, e per due volte, Berlusconi. Ma che ammette: “Non pensavo che la società civile fosse così debole e che, in fondo, tutto il sistema accettasse il campo e le regole del gioco di Berlusconi, che ha trasformato sempre più la distruzione della politica in un continuo spettacolo, allargando progressivamente la sua influenza sulla società italiana”. E aggiunge: “Nel tempo, il giudizio popolare ha abbandonato la riflessione sui veri obiettivi della politica: alla fine dei talk show nessuno ricorda che cosa si è detto ma come lo si è detto. Una tale trasformazione dell’opinione pubblica non poteva essere messa in atto in un solo giorno: si è trattato perciò di un processo continuativo, a cui l’opinione pubblica di è progressivamente adattata”.

Una trasformazione grazie alla quale, come scrive Deaglio, “oggi è considerato normale un alto livello di corruzione e illegalità; avere un Parlamento irriso; avere avuto limitato il nostro diritto di voto; avere una Chiesa che sembra voler governare le nostre vite come nel Medioevo; avere i salari peggiori d’Europa e una gioventù disoccupata”. Già, ma domani? Come si esce vent’anni di berlusconismo? Continuando a parlare alla testa e non solo alla pancia della gente, come suggerisce Prodi? Ricette, in realtà, Deaglio non ne offre. Solo un viatico: ” È un buon segno, secondo me, che tutti gli intervistati, oltre a ricordare e ad analizzare quello che il Ventennio, purtroppo, è stato, conservino almeno un barlume di speranza per il futuro”.