Lo sport per tradizione più di destra che ci sia, il rugby, che lascia fuori dal campo un atleta perché “fascista”. E’ successo domenica, a Roma, dove una partita del campionato di Serie C è stata annullata dopo che a un giocatore era stato impedito l’accesso al campo per la sua fede politica. L’episodio ha già fatto il giro dei media, assolutamente eccezionale per il mondo della palla ovale. Già, perché oggi il rugby è il tempio del fairplay. E perché in passato è stato a lungo sport da camerati. Le origini del rugby italiano, infatti, affondano nel cuore del ventennio fascista.

La Fir (Federazione italiana rugby) nasce nel 1928 a Roma, insieme alla Nazionale un anno dopo. Anche se al regime proprio non andava giù la sua origine anglosassone, testimoniata chiaramente dal nome: tanto che nel giro di pochi anni si assiste a un doppio cambio di nominativo in senso autarchico, prima in Federazione italiana della Palla ovale e poi in Federazione italiana rugbi (scritto proprio così: con la “i” invece della “y”). Dettagli ortografici. Al duce il rugby piaceva per la sua gagliardia. E infatti Achille Starace, segretario del Partito nazionale fascista e presidente del Coni dal 1933 al 1939, lo promuoveva senza remore: “Il giuoco del rugby, sport da combattimento, deve essere praticato e largamente diffuso tra la gioventù fascista”, affermava e faceva stampare a caratteri cubitali per le vie della Capitale. Quest’etichetta di sport di estrema destra, il rugby se l’è portata dietro a lungo.

Per alcuni è stato anche uno dei principali motivi di rallentamento nello sviluppo della disciplina nell’immediato dopoguerra. Un altro esempio, in anni più recenti, è stato quello dell’Amatori Catania: una delle poche squadre meridionali a essersi affacciate con continuità nel massimo campionato nazionale. Legata a doppio filo al nome di Benito Paolone, volto storico del Movimento sociale italiano e poi di Alleanza nazionale: fu lui a fondare la squadra all’inizio degli anni Sessanta, ad allenarla per un certo periodo e poi gestirla nel corso del tempo. Per anni è stato questo il mondo cameratesco del rugby a Catania. Adesso, evidentemente, le cose sono cambiate. Una delle realtà più frizzanti del capoluogo siciliano sono i Briganti di Librino: una squadra nata in un quartiere problematico per iniziativa di ragazzi di orientamento di sinistra; e che già nel nome dell’associazione dichiarano di voler praticare un “rugby sociale”.

Domenica le due realtà catanesi si sono affrontate in un derby valido per la corsa alla promozione in Serie B: sfida accesa sul campo (e vinta dagli Amatori), ma senza alcuno strascico politico. A Roma, invece, andava in scena il derby dell’intolleranza. A colori inversi rispetto al passato di questo sport: “rossi” contro “neri” , e una partita che non si gioca. A Luca Cirimbilla, tallonatore dei Corsari rugby Roma, è stato impedito l’accesso al centro sociale Acrobax, casa degli All Reds Rugby Roma. Un nome, un programma: “L’idea di creare una squadra dal nome così indicativo – si legge sul sito ufficiale del club – nasce dall’esigenza di sfatare uno dei tanti pregiudizi che permeano la nostra cultura mediatica. Quello cioè che attribuisce a questo nobile sport tendenze “maciste” o, banalmente fascisteggianti”. Una nomea sfatata al prezzo del fairplay. Sono stati proprio alcuni supporter della squadra di casa ad allontanare il giocatore avversario, reo di essere un militante dell’estrema destra locale. E a quel punto i suoi compagni si sono rifiutati di disputare senza di lui la partita, che è stata annullata.

Anche gli All Reds, sul loro sito web, fanno mea culpa per quanto successo domenica, fornendo la loro versione dei fatti. “Alcune persone, all’esterno del nostro impianto di gioco, hanno impedito a un giocatore dei Corsari di avvicinarsi all’impianto stesso. Rendendosi conto della situazione di difficoltà nella quale la squadra dei Corsari si stava venendo a trovare, gli All Reds Rugby Roma hanno deciso da subito di ritirarsi dalla partita e, come la Società dei Corsari stessa potrà confermare, dare partita vinta agli avversari. Non abbiamo altro da comunicare, in attesa delle decisioni che verranno prese dal giudice sportivo”, si legge sul sito internet. All Reds, Corsari e tutti gli appassionati di questa disciplina sanno bene che il rugby col fascismo non ha più nulla a che spartire: oggi è soprattutto lo sport del “terzo tempo”, del rispetto dentro e fuori dal campo. Anche se domenica, purtroppo, qualcuno lo ha dimenticato.

Da Il Fatto Quotidiano del 26 marzo 2014