“Le analisi condotte a livello internazionale sulla governance delle banche hanno fatto emergere un quadro con molte ombre, fra tutte la mancanza di una visione e pianificazione di vertice“. La critica alla gestione degli istituti di credito italiani proviene direttamente dal capo dipartimento vigilanza della Banca d’Italia, Carmelo Barbagallo. La qualità del governo societario delle banche, secondo Via Nazionale, è sicuramente migliorata, ma vi sono ancora “margini non trascurabili di miglioramento”.

I “profili di criticità più ricorrenti” riguardano in particolare “la presenza di figure che egemonizzano il processo decisionale e sintomi di ridotta funzionalità dell’organo amministrativo”. Problematico è poi il numero dei componenti dei consigli, che “permane in media elevato; non sempre è assicurata nel board la presenza di esperienze adeguate e diversificate e il ruolo svolto dal presidente non è sempre coerente con la funzione non esecutiva assegnatagli”.

“Gli interventi proposti nel documento in consultazione da Bankitalia intervengono sulle aree di maggiore debolezza”, spiega Barbagallo, annunciando che “le disposizioni definitive sul governo societario saranno emanate nell’arco di qualche settimana”. Già le attuali disposizioni, ricorda, “chiedono alle banche di evitare composizioni pletoriche del board. E una corretta applicazione di questo principio contribuisce ad assicurare la funzionalità dell’organo e a contenere i costi connessi con una compagine eccessivamente numerosa”. Le nuove norme “chiedono consiglieri congrui per numero e professionalità, nominati attraverso un processo trasparente; consiglieri consapevoli del proprio ruolo e attivamente partecipi alle decisioni aziendali”. E suggeriscono di evitare la commistione di ruoli: “Il presidente è, ed è opportuno che rimanga, una figura non esecutiva”.

Mentre la Banca d’Italia critica la gestione all’italiana delle banche, la Consob si preoccupa invece del tocco straniero negli istituti della Penisola. Il numero uno dell’Authority, Giuseppe Vegas – riferendosi all’aumento della presenza dei fondi esteri nelle banche italiane – ricorda che “ogni iniezione di capitale dall’estero nelle banche italiane deve essere valutato positivamente, ma qualche rischio può esserci e bisogna vigilare”. E aggiunge: “Di recente alcune strutture consolidate del Paese non sono in grado di fare il rafforzamento patrimoniale, e anche alcune fondazioni, e ad esse si vanno sostituendo i fondi che aumentano la presenza nelle banche. Giusto? Sbagliato? Non ne farei una questione di nazionalità. Bisogna vedere se queste partecipazioni assumono una rilevanza sistemica”.