Essendo americani è il caso di scriverlo: cash is always the King. Il denaro è sempre il re. Tant’è che il fondo d’investimenti a stelle e strisce Blackrock, che gestisce la bellezza di 4mila miliardi di dollari, ha deciso di puntare forte sull’Italia. Degli 82 miliardi investiti a Piazza Affari dagli istituzionali Usa, pari al 22% dell’intera capitalizzazione di Borsa, a fine febbraio 14,7 miliardi erano riconducibili proprio a Blackrock. Alla somma ora bisogna aggiungere l’investimento fatto il 6 marzo (ma comunicato da Consob il 14) dal fondo Usa per conquistare il 5,24% di Unicredit e diventare così il primo azionista di piazza Cordusio mettendo un passo avanti rispetto al fondo Aabar che ne detiene il 5,08 per cento. Senza dimenticare che il 13 febbraio scorso il colosso di Wall Street si era piazzato al secondo posto tra i soci di Intesa con un 5% e più in generale ha conquistato partecipazioni rilevanti in Azimut (5%), Atlantia (5,02%), Prysmian (intorno al 5%) e Ubi (4,94 per cento). Oltre a una serie di scommesse sulla Borsa italiana non segnalate a Consob perché sotto il 2 per cento.

In generale gli investitori americani in un solo anno, il 2013, hanno puntato quasi 30 miliardi di euro sulle aziende tricolore quotate. A buon motivo dal momento che l’azionario italiano nello stesso periodo è salito circa del 20 per cento. Perché tutta questa attenzione? Innanzitutto per cavalcare il rally. E poi perché i Paesi emergenti su cui negli scorsi anni l’America aveva puntato hanno dato segnali di difficoltà. Si è così reso necessario trovare mercati interessanti su cui scommettere. L’Italia si è dimostrata l’obiettivo ideale e lo è tuttora. Prezzi bassi e aspettative di crescita. Il comparto bancario, ad esempio, è ai minimi storici. Non a caso Blackrock e gli altri fondi americani hanno investito solo sulle banche italiane oltre 21 miliardi di euro e detengono complessivamente il 22% delle quote. A gennaio 2013 ne detenevano il 15 per cento. Si sono esposti mandando al mercato un messaggio preciso: la Borsa e le quotate andranno meglio. Il che non significa che l’economia italiana seguirà la stessa strada. La ripresa sarà molto lenta, ma il trend secondo il mercato è tracciato ed è in miglioramento. Così, semplificando all’osso, si spiega la forte presenza americana.

Ma uno degli aspetti interessanti sta nell’impatto che tale denaro cash avrà sui consigli di amministrazione italiani. Blackrock è finita nel mirino Consob almeno tre volte in pochi anni. Nel 2011 e nel 2013 ha fatto un errore di calcolo nel segnalare il numero di azioni detenute in Unicredit e poi in Telecom e soprattutto è finita sotto lente d’ingrandimento degli sceriffi della Borsa quando a fine gennaio del 2013 ha ceduto il 2,3% di Saipem poco prima che la società dichiarasse un profit warning, un allarme utili con un tempismo che ha fatto “risparmiare” circa 100 milioni di perdite. Dai media italiani è stata definita come un elefante in una cristalleria. In realtà l’appellativo da qui a qualche mese rischia di rivelarsi molto più positivo di quanto i giornali italiani immaginassero. La strategia di Blackrock, di fatto capofila Usa in Italia, è di medio/lungo termine. Non è un fondo speculativo, tanto meno un private equity che può puntare a impossessarsi della aziende. Mira al guadagno che deriva dalla crescita e soprattutto mira ad aprire sempre più il mercato per valorizzare le quote su cui ha investito. E proprio in questo starà la rottura rispetto al capitalismo familiare e di contiguità made in Italy. I consigli di amministrazione delle banche saranno il banco di prova. Lo sanno bene Giovanni Bazoli e Giuseppe Guzzetti ispiratori del sistema delle fondazioni bancarie.

Non a caso in una recente intervista al Financial Times Bazoli dichiara che il capitalismo di relazione non è la causa dei mali italiani e lancia un messaggio. Per le banche – sostiene in sintesi – servono nuovi soci affidabili e di peso. Non si riferiva certamente a Blackrock che rappresenta un altro tipo di capitalismo. Così fondazioni come Cassa di Risparmio di Verona (che era il principale singolo azionista di Unicredit) ora si ritrovano all’ultimo posto nei cda e dovranno lasciare spazio alle nuove logiche di chi ha messo capitali freschi. Basti pensare nell’assemblea 2013 di Eni per la prima volta la presenza di investitori istituzionali è stata superiore a quella dell’azionista di riferimento. Si discusse delle remunerazione dei manager. In quel caso i fondi furono allineati con il Tesoro, ma sarebbe potuto anche essere il contrario. All’ultima assemblea di Telecom la stessa Blackrock sarebbe potuto diventare l’ago della bilancia. Immaginate cosa potrebbe succedere se in futuro un fondo Usa diventasse primo azionista di Intesa o mettesse il becco nelle nomine delle controllate pubbliche. Probabilmente si aprirebbe un paragrafo inedito nel libro del capitalismo italiano.