“Al mio segnale, scatenate il marketing”. Non più Massimo Decimo Meridio, non più Il gladiatore, ma sempre Roma, e sempre Russell Crowe. Alla fine ce l’hanno fatta, l’attore premio Oscar australiano e il regista di Noah Darren Aronofsky: non a incontrare privatamente Papa Francesco, ma a partecipare all’udienza generale del mercoledì in piazza San Pietro. Targato Paramount (all’udienza anche il vicepresidente Rob Moore), il kolossal biblico, meglio, epico Noahesce il 10 aprile (anteprima il 5 al Bif&st di Bari) nelle sale italiane: Crowe interpreta il patriarca e fortissimamente voleva che il Pontefice vedesse la sua prova.

 

L’avrebbe trovata “potente, affascinante, risonante”, come gli scriveva su Twitter, così insistentemente da far gridare ironicamente allo stalking.

Ebbene, l’incontro privato non c’è stato – “Non si può dire neanche che sia stato cancellato, semplicemente non è mai stato combinato”, aveva precisato il direttore della sala stampa padre Federico Lombardi – ma un piede in Vaticano Russell e Darren l’hanno messo, con il primo a postare su Twitter foto del “backstage” (Guardie svizzere) e del – sintomatica definizione – “pre show” con “girls” (suore) e “lads” (preti). Per concludere: “Thank you holy father @Pontifex for the blessing”.

 

Benedetto Crowe, e benedetto marketing, che Papa Francesco tira e oramai è imprescindibile: prima Philomena (udienza privata per Philomena Lee e lo sceneggiatore-attore Steve Coogan) e ora Noah, “il film ideale” non è più quello inteso da Pio XII, ma quello che si riesce a far vedere al Papa, o almeno ci si prova. Problema, Francesco non si presta, perché di marketing si parla, e al massimo può capitare che lo vedano i suoi collaboratori, come nel caso di Philomena.

Ma l’importante è la notizia, che poi tra udienza privata e udienza generale fa confusione pure la Bibbia del cinema Variety – aveva scritto di incontro cancellato tra @russellcrowe e @Pontifex , così non era – e la promozione ha della ragioni che la fede non conosce: dalla Giornata Mondiale della Gioventù di Rio al Tertio Millennio di Roma, l’unico festival cinematografico patrocinato dal Vaticano, il footage di Noah è andato là dove c’erano “fedeli”, ovvero potenziali spettatori. Nel frattempo, oltre alla “guerra privata” ingaggiata da Variety contro Paramount, e viceversa, la temperatura saliva in Medio Oriente: censura preventiva in Qatar e Bahrein, perché raffigurare Noè è tabù, incerto il Pakistan, via libera dall’Egitto. Insomma , ci sono (quasi) tutti gli ingredienti – polemiche, proiezioni mirate, divieti e vesti stracciate – perché si possa ripetere il caso The Passion, e la Paramount in cuor suo lo spera: tra frustate e aramaico, nel 2004 Mel Gibson si mise in tasca oltre 600 milioni di dollari.

Screening test non lusinghieri, il 3D aggiunto in postproduzione, e la sensazione che in Noah il peplum batta il sacro, Il gladiatore il patriarca, The Fountain la Bibbia: niente di male, per carità, ma allora perché cercare l’imprimatur del Papa? Perché è Hollywood, e pecunia non olet, nemmeno d’incenso.

Hollywood sa che la più grande storia mai raccontata rimane sempre quella, Antico e Vecchio Testamento: Son of God, adattato dalla miniserie The Bible, ha già incassato oltre 50 milioni di dollari e un tot di controversie, da Satana sosia di Obama in giù; Exodus di Ridley Scott, con Christian Bale nella tunica di Mosè, arriverà a dicembre; Brad Pitt studia da Ponzio Pilato e Will Smith vorrebbe passare dietro la macchina da presa per Caino e Abele. Del resto, botteghino aggiornato all’inflazione, Ben Hur e I dieci comandamenti hanno incassato più di Avatar, Transformers e The Dark Knight messi insieme: dunque, come non scritturare le Sacre Scritture?

 @fpontiggia1

Dal Fatto Quotidiano del 20 marzo 2014 

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