Sono sinceramente colpito dalla caterva di annunci che il buon Renzi, indossati i panni del salvatore della patria, ci sta scaricando addosso, agitandosi come un dannato per dimostrare che fa sul serio e che siamo all’ultima spiaggia. Dopo di lui il pediluvio? Il calendario è impressionante: a marzo il lavoro, ad aprile la pubblica amministrazione, a maggio il fisco e a giugno la giustizia. Il settimo mese si riposò, ripercorrendo la Genesi (non dimentichiamo che si tratta di fervente cattolico e almeno le basi dovrebbe averle). Altrimenti si dimette, non solo dal governo ma dalla vita politica. Immagino che tutti gli italiani stiano tremando come ossessi di fronte al pericolo di perdere un leader siffatto, ultima possibilità rimastaci prima di essere definitivamente esclusi dal consorzio civile ed europeo in particolare.

Scherzi a parte, fatta la tara degli annunci e delle smargiassate, delle renziane promesse resta ben poco. Altro che svolta! Il difetto, caro Matteo, sta nel manico. Innanzitutto nella credenza che tu da buon neoliberista nutri nel profondo del tuo animo, che lasciando spazio ai mercati questi si autoregoleranno producendo occupazione e benessere per tutti. La dura realtà, in particolare quella degli ultimi almeno dieci anni, dimostra che è vero esattamente il contrario. Eppure, la pattuglia guidata da Renzi e Padoan insiste nel drammatico errore. Quindi, il tanto sbandierato Jobs Act si riduce alla generalizzazione del rapporto precario, rendendo possibile il ricorso allo stesso senza alcuna motivazione, spacciandolo indebitamente per apprendistato, per tre anni. È chiaro anche a un bambino che diventerà l’unica forma di rapporto di lavoro subordinato cui le imprese ricorreranno. Questo peraltro non è detto che porti nuovo lavoro, dato che gli investimenti sono determinati, in una società capitalistica, dalle aspettative di profitto, che continuano ad essere estremamente basse. C’è quindi il rischio che neanche reintroducendo in termini espressi la schiavitù o il lavoro gratuito gli imprenditori diffidenti e scoraggiati siano portati ad effettuare assunzioni.

L’altro elemento di fondo che Renzi non risolverà, perché difetta di un’impostazione politica adeguata anche al riguardo, è quello della costante subordinazione delle politiche economiche nazionali ai vincoli europei, sancita dal Fiscal Compact e dalle modifiche costituzionali relative al pareggio di bilancio. Va condivisa al riguardo la preoccupazione espressa da Luciano Gallino, il quale, sul Manifesto di oggi, sottolinea come sia impossibile trovare 50 miliardi di euro da tagliare per soddisfare le folli pretese delle cricche europee dominanti. Occorre dare ai cittadini la possibilità di pronunciarsi aggirando gli ostacoli presenti in virtù della formulazione dell‘art. 75 della Costituzione, che esclude espressamente dalla possibilità di referendum le leggi di autorizzazione alla stipula di trattati internazionali sia quelle tributarie e di bilancio, senza contare la scellerata costituzionalizzazione dello scellerato principio mediante la modifica dell’art. 81. Ciò potrebbe avvenire, come propone Franco Russo, mediante una legge costituzionale che preveda un referendum di indirizzo sul Fiscal Compact, ovvero come propone Gianni Ferrara, ripreso da Stefano Rodotà, mediante “una legge d’iniziativa popolare che preveda l’obbligo di introdurre nei bilanci di previsione di Stato, regioni, province e comuni una norma che destini una quota significativa della spesa proprio alla garanzia dei diritti sociali, dal lavoro all’istruzione, alla salute”.

Ad ogni modo per strappare la camicia di forza imposta dalle cricche dominanti europee all’economia e alla società occorre una vera e propria rivoluzione copernicana, una capacità di autonomia culturale e politica che il buon Renzi è lungi dal poter persino immaginare e che è invece alla base di una coalizione di portata continentale come quella che si è raccolta attorno alla Lista Tsipras, la cui affermazione costituisce ad oggi l’unica speranza per la bistrattata e morente Europa.

Che resta quindi della tanto conclamata svolta? Praticamente nulla, fatta salva l’insistenza su di una riforma elettorale che riprodurrebbe i difetti del Porcellum di recente macellato dalla Corte Costituzionale e sull’abolizione del Senato ridotto a un parco buoi o poco meno. E la mancetta procapite di 80 euro al mese per un totale di dieci miliardi di euro che ancora non si capisce dove verranno presi e che, come osserva  Gallino, avrebbero potuto essere ben più redditiziamente destinati alla creazione di nuovi posti di lavoro, in particolare, aggiungo io, in settori essenziali come la ricerca e l’ambiente.

Queste le sfide del futuro di fronte alle quali il governo Renzi si presenta palesemente inadeguato anzi dannoso e va quindi rottamato al più presto nell’interesse del Paese.