“Propaganda contro il sistema”, “collusione contro la sicurezza nazionale” e “appartenenza al Consiglio per la difesa del diritto allo studio”, un’organizzazione priva di riconoscimento ufficiale.   

Per questi reati, domenica 2 marzo, il tribunale rivoluzionario della capitale iraniana Teheran ha condannato Maryam Shafipour a sette anni di carcere, da scontare nella sezione femminile della prigione di Evin.

Studentessa di 27 anni, Maryam Shafipour aveva preso parte alla campagna elettorale di Mehdi Karroubi, candidato alle presidenziali del 2009 e risultato sconfitto insieme a Mir Hossein Mousavi. Da allora, entrambi sono agli arresti domiciliari.

La militanza politica le era già costata il divieto ufficiale di completare gli studi universitari, una punizione inflitta a tanti altri studenti a causa del loro impegno pacifico in favore dei diritti umani o dell’attivismo politico. 

Maryam Shafipour è in buona compagnia. Numerosi studenti erano stati arrestati nel 2009, nel giro di vite successivo alla rielezione di Mahmoud Ahmadinejad e condannati per vaghi reati contro la sicurezza nazionale. Alcuni di loro sono ancora in carcere. Il più celebre è Majid Tavakoli, condannato a otto anni e mezzo di carcere: a ottobre ha potuto riabbracciare i suoi cari grazie a un permesso di quattro giorni.

Maryam Shafipour è la prima studentessa attivista a essere arrestata e condannata sotto la presidenza di Hassan Rouhani.

Prosegue intanto il giro di vite nei confronti del dissenso pacifico negli Emirati arabi uniti. Il 3 marzo Mahmoud Abdulrahman al-Jaidah, uno stimato medico del Qatar, è stato condannato (anche lui) a sette anni di carcere per “aver dato sostegno finanziario e morale ad al-Islah”, un gruppo legato alla Fratellanza musulmana istituito nel 1974 e impegnato in campagne pacifiche a favore delle riforme sociali e politiche, del tutto legale negli Emirati.  La condanna in primo grado è definitiva, in altre parole al-Jaidah non potrà ricorrere in appello.

Non solo il procedimento giudiziario è stato una farsa. Al-Jaidah ha anche denunciato di essere stato torturato in carcere: pestaggi, privazione del sonno, esposizione a luci accecanti e la continua minaccia che, se non avesse “confessato”, gli avrebbero pelato il naso come una patata e lo avrebbero appeso al soffitto fino a quando non fosse morto.

Amnesty International ha adottato Maryam Shafipour e Mahmoud Abdulrahman al-Jaidah come prigionieri di coscienza e chiede alle autorità dell’Iran e degli Emirati arabi uniti di rilasciarli immediatamente.