Genere nobile per eccellenza, il documentario sta vivendo un’importante stagione per livello qualitativo e quantitativo. E’ il quadro che emerge dalla ventesima edizione del festival Visioni italiane realizzato dalla Fondazione Cineteca di Bologna “con passione e un piccolo budget”, come ricorda il direttore Gian Luca Farinelli.

Il cinema nasce con il documentario, immancabile il riferimento a quel 9 marzo 1895 quando i fratelli Lumière piazzano la cinepresa davanti al loro stabilimento di prodotti fotografici per filmare l’uscita degli operai dalla fabbrica (Sortie des usines). Da allora l’esigenza di rappresentare la realtà con il documentario e di raccontare storie attraverso il cinema di fiction si sono sempre intrecciate. A maggior ragione, il flusso comunicante fra i due generi è ancora più vivo oggi. Non si può non concordare con quanto affermato durante la premiazione dal regista Leonardo Di Costanzo: il cinema cerca il linguaggio del documentario mentre, a sua volta, il documentario recepisce stili cinematografici. E’ una notazione che caratterizza l’approccio che ha Di Costanzo (va ricordato il suo film L’intervallo, sconfortante spaccato della vita di due adolescenti in una società dominata dalla camorra) e quella di diversi video maker rivelatisi a Visioni italiane.

Nessun genere, come quello documentaristico, è in grado di infilarsi negli interstizi della realtà, di recepirne gli umori con una libertà espressiva che il cinema, più chiuso dalle sue esigenze produttive, non riesce a manifestare in egual modo.

La libertà però si paga: l’essere fuori dalla grande industria e dai canali distributivi confina il documentario alle sedi dei festival e alle lodevoli programmazioni che poche sale in Italia destinano al genere. I bandi annuali di Europa creativa, oltre al sostegno alle opere, si interessano anche di sviluppare nuove modalità di distribuzione, preoccupandosi di creare nuovi pubblici sensibili al cinema e ai suoi multiformi linguaggi.

Quanto alle varianti di genere, anche il documentario offre diverse possibilità. Il documentario naturistico è da sempre stato un preciso punto di riferimento. Visioni italiane anziché cercare lavori su nature incontaminate stile National Geographic, ha dedicato la sezione “Visioni ambientali” al saccheggio della natura e dell’ambiente, ben espresso – tra gli altri – dal documentario Alle corde sull’Ilva di Taranto.

La novità di genere più rilevante degli ultimi anni è il web doc, un prodotto che ingloba il linguaggio di internet con il documentario permettendo allo spettatore una visione personalizzata su più percorsi, con la possibilità di risalire alle fonti e ad altro materiale documentario, rendendo il prodotto una sorta di ipertesto multimediale. La digitalizzazione si sta rivelando uno strumento che consente un più facile accesso alla produzione dei documentari, con una consistente riduzione dei costi.

A Visioni italiane, una costante che ha accomunato i giudizi delle giurie, è stato il riscontro dell’alto livello tecnico e contenutistico dei 56 lavori presentati nelle diverse sezioni.
Più di altre, la sezione “Visioni doc” è legata alla rappresentazione della realtà sociale, con uno spazio in cui la prevalenza è di autori fra i 30 e i 40 anni. Tra questi i 16 giovanissimi della scuola di cinema di Ostana, coordinati da Giorgio Diritti e misuratisi ricostruendo episodi sull’odierno mondo del lavoro (Corpi in bilico). Sorprende, in questo documentario, la remissività di alcune persone di cui si racconta la vicenda che accettano con rassegnazione condizioni di vita pesanti e non tutelate. Un mondo estraneo a garanzie e dignità che torna con il più duro e premiato Pomodoro nero, ambientato in una baraccopoli di raccoglitori di pomodori nel foggiano.

Nei nostri video maker non manca l’ambizione di raccontare storie oltre confine. E’ il caso di The American wall sul pericoloso percorso dei migranti messicani che, per entrare negli Stati Uniti, devono passare attraverso il muro che delimita il confine, dove si muove una variegata costellazione di soggetti: i Patrioti statunitensi (volontari anti Obama che girano armati, convinti che negli Usa si stia attuando un vasto complotto per distruggere il Paese), i trafficanti di droga che taglieggiano i migranti, i sammaritani che cercano invece di soccorrere i messicani che non di rado vanno incontro alla morte essendo costretti a camminare per molte ore nel deserto; non manca, in un composto equilibrio di voci, un direttore di carcere per migranti in Arizona che cerca di convincere i messicani imprigionati a non tentare un altro espatrio e li sottopone a una detenzione sotto le tende nel pieno della torrida estate desertica. Trama di vite spezzate, di respingimenti, di famiglie divise, di prospettive che il Messico non concede e, diversamente, gli Stati Uniti negano con vigore.

Altrettanto meritevole, come spaccato della globalità senza diritti, è The Human horses, storia di tre tiratori di risciò che dormono all’aperto, mangiano per terra guadagnandosi da vivere trasportando con il loro carretto oggetti e persone nelle ingorgate superstrade e nei vicoli di Calcutta.

Storie ben narrate che rivelano talenti a pieno agio tra macchina da presa e montaggio.
L’esigenza di raccontare costruisce spazi di libertà e di riflessione sociale, ed è parte di un percorso culturale che merita di essere sostenuto.