Con l’entrata ufficiale del Partito Democratico nel Partito Socialista Europeo si conclude un paradosso tutto italiano.

Oggi è stata ufficializzata l’entrata del Pd nel Pse, la grande famiglia dei partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti dei paesi europei. Si chiude in questo modo un’anomalia durata anni che ha visto il Partito democratico non appartenere al Pse ma far parte del gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D) al Parlamento europeo. Una precisazione per i non addetti al lavori: il Pse è un “partito europeo” composto dai partiti nazionali appartenenti alla stessa famiglia politica; l’S&D è il gruppo politico che raggruppa gli eurodeputati eletti da questi partiti nazionali al Parlamento europeo e ne permette l’attività in modo strutturato.

Fino a ieri l’unico partito italiano a far parte del Pse era il Partito socialista italiano (Psi), mentre il Pd ne era rimasto fuori. Questo perché all’atto della fondazione del Pd, gli esponenti della Margherita non se la sentivano proprio di sentirsi chiamare “socialisti” e quindi avevano imposto la non appartenenza al Pse. Questo spiega le dichiarazioni dell’altro giorno di Giuseppe Fioroni. Prima della nascita del Pd, infatti, gli eurodeputati della Margherita appartenevano al gruppo dei liberali Adle.

L’ingresso del Pd nel Pse non è stato semplice. Ne è la riprova che, come per il gruppo parlamentare S&D, è stato indispensabile aggiungere la parola “democratici” anche al Pse, che da oggi ha addirittura un nuovo logo: Socialisti e Democratici.

Perché è importante questa adesione? Per molte ragioni, ma la più importante è simbolica: i partiti europei, oggi un esperimento politico piuttosto incompiuto, rappresentano la scommessa più importante di spostare la politica dell’Ue su un vero livello “europeo”. Non a caso per le elezioni europee del prossimo maggio, ogni partito europeo ha designato un proprio candidato alla presidenza della Commissione europea, per dare l’impressione ai cittadini di partecipare ad elezioni che non siano una brutta copia di quelle nazionali, come spesso purtroppo accade.

Ecco che l’entrata del Pd nel Pse rappresenta un chiaro segnale del centrosinistra italiano di abbracciare e condividere questa ottica europea e di voler superare le annose divisioni interne tra socialisti e “meno socialisti”. Pier Luigi Bersani ha giustamente parlato di “un giorno storico per il Pd”. La neo ministra Federica Mogherini, in una recente intervista, ha dichiarato che “il Pd vuole entrare nel Pse per cambiare il Pse e cambiare l’Europa”.

Bisogna anche considerare che, molto probabilmente, almeno stando agli ultimi sondaggi, il Pse (ovvero la somma dei partiti che lo compongono) dovrebbe vincere le prossime elezioni europee, il che proietterebbe il suo candidato, l’attuale presidente del Parlamento europeo il tedesco Martin Schulz, alla presidenza della Commissione europea, senza dubbio la poltrona più importante dell’Ue. E attenzione: Schulz, contrariamente a Barroso, potrebbe essere in grado di esercitare quel peso politico comunitario ad oggi assente nei confronti del Consiglio europeo (capi di Stato e di Governo).

Resta poi l’anomalia di Sel. Nichi Vendola, che ha partecipato al congresso del Pse a Roma, si è definito una “terra di mezzo” tra Schulz e Tsipras, il candidato dell’estrema sinistra. In cosa si tradurrà questa posizione resta un forte interrogativo. 

@AlessioPisanowww.alessiopisano.com