A vent’anni dalla prima edizione, Donzelli ripubblica Destra e sinistra di Norberto Bobbio, opera senz’altro minore, ma altresì d’agile lettura (di qui l’enorme successo riscosso, soprattutto tra i non addetti ai lavori). A rinfocolare il dibattito sull’opuscolo s’intromette oggi una claudicante comparsata di Renzi il quale, in propagandistica veste da postfatore, conclude ‒ lui o chi per lui ‒ maldestramente il volume. A leggerne le fatuità, infatti, si direbbe abbia perso la solita buona occasione per tacere. Siccome però mi si rimprovera di sfotterlo ingiustificatamente, stavolta, tra Bobbio e il Babbit di Rignano, qualcosina vedrò di argomentare (piccolo appunto: mi pare alquanto vacua la pretesa di confrontarsi con chi, semplicemente, niente da dire ha. Suvvia: ci si cimenta con Hegel, non con Renzi (!). Direi anzi che a schernirlo con convinzione gli si concede già fin troppo; uno così o lo si ignora oppure ‒ piccolo omaggio che l’ironia rende allo spregio ‒ lo si sbeffeggia con rassegnata leggerezza. Stavolta, ad ogni modo, si parla di Bobbio, sicché mi par ammissibile derogare un tantino alla regola). Ma veniamo al testo.

Renzi definisce “socialdemocratica e anticomunista” la “sinistra cara a Bobbio” (p. 166). Il che è però errore grossolano. Chi ce lo dice? Bobbio stesso, naturalmente: “[…] uno come me che, pur non essendo mai stato comunista, non avendo mai avuto la tentazione di esserlo, anzi avendo dedicato la maggior parte degli scritti di critica politica a discutere coi comunisti su temi fondamentali come la libertà e la democrazia, non è stato nemmeno un anticomunista e ha sempre considerato i comunisti, o per lo meno i comunisti italiani, non come nemici da combattere ma come interlocutori di un dialogo sulle ragioni della sinistra” (Teoria generale della politica, Torino 2009, p. 618). La posizione del filosofo torinese, problematica e nient’affatto categorica, è compendiata in una missiva indirizzata a Giorgio Amendola, dove, da azionista ‘pungolatore’ di compagni, scrive: “Noi abbiamo bisogno della vostra forza, ma voi avete bisogno dei nostri principi” (“Rinascita”, XXI, n. 44, 7 novembre 1964, p. 3). Affermazione che subito si chiarifica non appena si rileggano le pagine dedicate dal giurista all’antitesi riforme-rivoluzione. Se è vero che Bobbio si è sempre schierato dalla parte di un riformismo radicale, dunque ‘azionista’ e orgogliosamente democratico, ciò non gli ha però proibito di far proprie alcune istanze marcatamente rivoluzionarie.

Con mossa a lui tipica, infatti, il philosophe de la indecisión, anziché prendere perentoriamente partito per l’una o l’altra alternativa, lavora a ridosso della loro indistinzione, ossia ‒ sempre scansando il manicheismo dell’ideologia ‒ là dove gli estremi si sovrappongono rendendo le proprie prospettive “complementari e quindi perfettamente compatibili”. Ciò accade, “da parte dei riformisti, con l’argomento che la trasformazione rivoluzionaria della società è il prodotto finale di una serie ininterrotta di riforme graduali, e in base al principio che il mutamento quantitativo si risolve alla fine in un salto di qualità, purché si tratti di riforme che incidano sulla modificazione dei rapporti di potere, non solo del potere politico ma anche del potere economico (le cosiddette ‘riforme di struttura’ […])” (Teoria generale della politica, p. 543).

Ma questo per dire che cosa? Che l’innovazione propugnata da Renzi, oltre ad essere un grossolano specchietto per le allodole, non ha nulla a che vedere col riformismo à la Bobbio. Non v’è infatti traccia di “riforme di struttura”, né v’è intenzione alcuna d’intaccare l’attuale, iniquo ordinamento economico. Colla scusante brunettiana della meritocrazia quale contrappeso a un egualitarismo lassista, ci si promette surrettiziamente di esacerbare la competitività a danno dell’eguaglianza sostanziale, concependo anzi quest’ultima come quella zavorra di cui è necessario disfarsi per incrementare profitti e benessere. È in questi termini, infatti, che Renzi vaneggia sul superamento dello Stato sociale: “L’invenzione socialdemocratica del welfare” avrebbe già “soddisfatto la sacrosanta richiesta di maggiore giustizia sociale”, avendo  altresì determinato un “miglioramento delle condizioni oggettive di vita degli ultimi” (p. 166). Ecco allora ‒ pontifica Renzi La Qualunque ‒ che poiché la sinistra ha già “vinto la sua partita” (ibid.), è tempo di voltar pagina. Per andar dove, però, non lo si dice; in un depistaggio altisonante e confuso si parla infatti di “nuova partita […] con attori e campi da gioco inediti”, di “dinamiche sociali irrequiete”, di “mutamento di prospettiva sociale ed economica, culturale e politica” (ibid.), eppure non ci si premura di precisare (nemmeno parzialmente) di cosa mai si stia cianciando, raffazzonando, in salsa Bar Sport ‒ “rossi e neri tutti uguali” / “te lo meriti Alberto Sordi!” ‒ una sfilza di ovvietà che, come l’oroscopo, potrebbero valere sempre e comunque, oggi come ieri o domani.

Una cosa però è certa: Renzi qualche pezzetto per strada se l’è perso. Si potrebbe partire con lo spiegargli che in Italia un vero e proprio stato sociale non c’è mai stato, che dalla nostra non abbiamo avuto né Beveridge né Olof Palme, ma quasi cinquant’anni di egemonia democristiana (sul dopo è meglio sorvolare). E che ne pensava, Bobbio, della cattocrazia biancoscudata, nel cui deterioramento (gli anni del PPI di Bianco, Marini e Castagnetti) il picciolo Renzi s’è formato e ha mosso i primi passi da statista senza qualità? “Il regime democristiano è stato un tipico esempio di conservazione: rimanendo entro i limiti del patto costituzionale, salvo qualche tentativo rintuzzato di eluderlo, ha opposto alla richiesta di riforme incisive il metodo del rinvio, dello svuotamento, dell’inefficienza amministrativa” (Teoria generale della politica, p. 563). Ecco allora che per Bobbio non si trattava tanto “[…] di abbattere gli steccati che separavano gli eredi del Partito Comunista da quelli della Democrazia Cristiana […]” (p. 163), ma piuttosto di impegnarsi, per via autenticamente riformista, nella creazione di una situazione di parità effettiva, che significa uguali condizioni di partenza, senza le quali ogni riferimento al merito è niente più che una vuota litania ‒ molto Elkann e poco Bobbio ‒ funzionale al mantenimento dello status quo.

In questo senso, la questione dello stato sociale può dirsi tutt’altro che superata. Rappresenta anzi ‒  soprattutto in Italia ‒ l’unica direzione da precorrere proprio perché se prima non vengono drasticamente ridotte le diseguaglianze è del tutto impossibile anche soltanto immaginare una qualsiasi forma di progresso o benessere che non sia appannaggio soltanto di una privilegiata minoranza. Renzi ci ‘spiega’ invece che le politiche del welfare hanno già dato i loro frutti ed è dunque ora di andar oltre. I casi sono due: o ha vissuto su Marte, oppure è in aperta malafede e l’arbitraria assimilazione di Bobbio come precursore di Clinton e Blair (cioè di se stesso) non ha nulla a che fare con la littera del pensatore torinese: è l’ennesima mossa strategica, opera del più cinico sciacallaggio culturale di chi, pur di spostare a destra l’asticella del consenso accalappiando il plauso delle oligarchie, non esista a disegnarsi dei padri nobili a propria immagine e somiglianza, convinto basti una verniciatura per mascherare la propria inconsistenza.