Ora che è tutto finito, possiamo dirlo tranquillamente. Questa edizione del Festival di Sanremo è stata proprio stonata. Le canzoni erano insignificanti, i cantanti scialbi e la cosa si è rivelata particolarmente spiacevole al pensiero che l’anno passato la nuova gestione aveva dato una sua impronta positiva a partire dalla scelte musicali. La conduzione non ha funzionato replicando fino alla noia, al fastidio lo schema del battibecco Fabio-Lucianina, già presente sui teleschermi tutte le domeniche. Non solo, ma in questo inutile gioco sono stati coinvolti e sacrificati alcuni ospiti: il duetto con la Casta, almeno fino al guizzo di Silvano (grazie Jannacci! Paolo e anche Enzo), è sembrata una recita da oratorio.

Ma nessuno degli ospiti ha brillato, neanche i più bravi: l’orchestra fondata da Abbado e Arbore hanno proposto esibizioni carine ma mai travolgenti. Lo stesso Crozza si è allineato su questa mediocrità. Checché ne dica qualcuno, il suo monologo, per tre quarti, fino alla divertente versione del catalogo mozartiano, è stato di un provincialismo imbarazzante. Persino la quarta serata, quella che, sganciata dalla gara, negli ultimi anni si è sempre rivelata come la più creativa, pur avendo, quest’anno, a disposizione un materiale ricchissimo come la tradizione cantautorale, è risultata inferiore alle attese, corretta ma priva del pathos che per esempio Mengoni aveva suscitato l’anno scorso interpretando Ciao amore ciao, la canzone maledetta di Luigi Tenco.

Infine – e qui chiudiamo con queste tristezze – la scelta del tema della bellezza come filo conduttore ha legittimato la presenza insopportabile della retorica, di quell’atteggiamento che coloro che credono di parlare bene chiamano buonismo, con un neologismo scemo come chi l’ha inventato. Detto questo si potrebbe chiudere il tutto rifacendosi a un vecchio detto che ci ricorda che non tutte le ciambelle… e che è validissimo per le cose televisive. In questo tipo di produzione il dosaggio degli ingredienti è fondamentale e delicatissimo; è tutta una faccenda di sfumature, di toni, di tempi, di sguardi, di gesti, di mimica: quella della Littizzetto, per esempio, l’hanno scorso era perfetta e da sola ha fatto lo spettacolo, quest’anno non funzionava mai. Basta sbagliare un ingrediente, in tv, e tutta la ciambella si deforma. Si potrebbe anche non farne un dramma e dire al pasticcere di stare più attento la prossima volta. Si potrebbe, se non vivessimo in Italia, dove i guai producono sempre altri guai.

Se il festival è stato brutto, infatti, attorno al festival ho visto cose ancora più brutte. Parlo dei commenti a cui si è abbandonato un certo giornalismo cosiddetto di destra e che  si sono diffusi anche in altre aree dell’informazione. Non una critica anche severa e, come si è detto, tutt’altro che immotivata, ma un’aggressione personale, una resa dei conti, una vendetta nei confronti di un gruppo di autori e conduttori che non sono mai stati graditi, per motivi politici, ma di cui non si poteva negare il prestigioso successo. E stavolta che finalmente è andata male, giù a infierire, a dare la stura a tutto il livore represso per anni, a coinvolgere nella sconfitta tutto il servizio pubblico, anzi l’idea stessa di servizio pubblico, perché privato è bello e se a gestire il tutto ci fosse una nota azienda televisiva commerciale, su quei giornali il calo dell’audience sparirebbe e il festival subito diventerebbe, come il mondo nella canzone di Modugno meraviglioso, meraviglioso, meraviglioso.