Facendomi portavoce di tutti i lavoratori precari del mondo dello spettacolo, ho messo in atto un’inedita forma di protesta: mi sono incatenato al telecomando del televisore, l’ho impostato su RaiUno per tutta la durata del Festival di Sanremo, e sono sopravvissuto per raccontarlo.

All’inizio è stata dura. Fin dal monologo d’apertura di Fazio, quello sulla bellezza e la tutela del territorio nazionale, ho temuto di non farcela. Ero certo di non riuscire a raggiungere neanche la prima pausa pubblicitaria senza perdere i sensi dalla noia. Poi però, l’interruzione dei due lavoratori del Consorzio del bacino di Napoli e Caserta, mi ha scosso a tal punto che ho deciso di proseguire.

Ligabue ha inaugurato il primo dei tanti omaggi ai cantautori del passato con un pezzo di De Andrè, poi c’è stata la lettura del messaggio degli operai, il pezzo di cabaret della Littizzetto, lo spiegone sulle regole del Festival, e finalmente, dopo solo quaranta minuti dall’inizio dello show, la prima canzone in gara. Titolo – ironia della sorte – “Lentamente”.

Da quel momento mi sono reso conto di aver rotto il fiato, e la Kermesse è filata via senza troppi problemi. Ci sono stati anche momenti piuttosto gradevoli, come il Flash-mob dei finti guastatori, senza dubbio “organizzato” a detta dello stesso Fazio, e anche bene. Tant’è vero che, agli occhi di qualche malfidato giornalista, la performance è parsa più credibile della vera contestazione vista in prima puntata. Personalmente non ho creduto neanche per un istante alla tesi secondo la quale, gli operai campani sarebbero stati ingaggiati per recitare le minacce di suicidio. Penso piuttosto che fossero all’Ariston per assistere al live di Peppa Pig , ma avendo sbagliato serata – e costretti alle quasi cinque ore di diretta televisiva – abbiano preso in seria considerazione l’estremo gesto.

Tuttavia, lo spettro della crisi economica incombe anche sulla produzione del Festival, costretta a invitare molti ospiti a buon mercato pur di risparmiare qualche euro sui cachet. Alcuni di essi sono talmente vecchi, che pare abbiano accettato le lire.

Fa invece piacere, che per una volta non si punti sulla figaggine di improbabili soubrette, retaggio dell’ormai superato berlusconismo televisivo. Purtroppo però, gli indici d’ascolto precipitano di pari passo con il livello di testosterone del pubblico maschile.

Ma ecco che venerdì, quando tutto sembrava ormai perduto, i numeri dello share si aggiustavano grazie alla serata “Revival”. Fazio promette fin dall’inizio che la gara delle nuove proposte sarà l’evento centrale della puntata. E infatti, il primo finalista della categoria “giovani” si esibisce alle 22:40, ben dopo la prodigiosa riesumazione del mago Silvan. La magia per fortuna contagia anche il conduttore, che appare più defibrillato del solito, e si porta a casa otto milioni di spettatori. Si migliora. Poco ma si migliora.

Nel frattempo dalla controprogrammazione dei Tg, arrivavano notizie preoccupanti sulla formazione del nuovo governo. Il solito depistaggio mediatico, col quale si cerca di spostare l’attenzione del pubblico sulle notizie minori, e distrarlo dagli interrogativi che contano davvero: vincerà Arisa?

Sì, vincerà Arisa. E per la cronaca anche Matteo Renzi, con un cast di ministri che sembra frutto della stessa strategia degli autori del Festival: un pressoché perfetto equilibrio fra vecchio e nuovo, donne e uomini, nuove proposte e antiche bugie. Insomma, più o meno la solita musica. Perché Sanremo è Sanremo, ma anche Roma mica scherza.