A cosa penso? Penso che ho freddo, Issa. Ho freddo e ho una paura fottuta. Penso che ho fame. Che mi convinco di avere fame, di pensare a un succulento piatto di egusi per farmi venire i crampi allo stomaco e concentrarmi sul dolore dell’appetenza, invece di guardare le onde del mare che si infrangono violente contro lo scafo, sentire il pianto dei bambini spaventati.

Penso al cibo, Issa, per non pensare che ho paura di morire. Questo mare è immenso, la costa che abbiamo lasciato lontana e quella che dobbiamo raggiungere non è nemmeno un miraggio. Solo il mare mosso. Guardo lo scafista, nelle sue mani c’è la mia vita. Un errore nell’affrontare un’onda significherebbe la mia fine. E la fine di questi altri che mi circondano, Issa. Ognuno porta il proprio bagaglio. Un solo cambio. Ogni indumento, dal più intimo al più visibile, viene messo in un sacchetto di plastica. Il tutto viene nuovamente posto in un sacchetto di plastica, più grande, perché ci hanno detto che quando si arriva, dobbiamo buttarci in acqua ognuno con il proprio bagaglio, nuotare fino alla riva e avere, una volta giunti sulla spiaggia, un cambio asciutto che ci dia la possibilità di proseguire il viaggio e di sopravvivere. Sono già sopravvissuto al deserto, che ho attraversato a piedi.

Ho pagato centomila naira, Issa, per raggiungere la Libia. Ho visto persone morire davanti ai miei occhi. Disperati bere la loro urina, arsi dalla sete. E allora stringo i pugni e penso all’egusi, allo stufato piccante e ai peperoncini rossi, al caldo umido di Makurdi, ai miei fratelli e a te, Issa. Nessuno parla sulla barca, tutti guardano fisso davanti. Ho paura, una paura fottuta, arriveremo, forse, da qualche parte. Ci ritroviamo tra le onde alte, un forte vento di tramontana alza il mare verso il cielo, le onde superano i quattro metri. Lo scafista cerca di impostare la virata ma nella manovra un’onda ci sommerge completamente. Nessuno cade in mare. Lo scafista dà massima potenza ai motori. La prua del gommone si alza facendo defluire da dietro l’acqua imbarcata. Ma il mare non ci dà tregua, Issa. Un’onda più grossa delle altre si abbatte sui motori bloccandoli. E allora chiudo gli occhi e penso che siamo tutti a casa nostra, Issa, a mangiare felici l’egusi che preparava mamma.

Penso ai giorni di festa, ai banchetti, ai matrimoni e alla felicità della nostra giovinezza, e la smetto di guardare i volti impauriti dei miei compagni di viaggio, di sentire il gommone che dondola, di osservare queste onde vorticose che ci vengono incontro. Non ci sono. E i miei compagni di viaggio fanno di tutto per tenermi ancorato al reale. Colpi di tosse, piagnistei, occhi impauriti, suoni che si cercano, preghiere mormorate a denti stretti, e il mare regista e attore principale muove la sua superficie a farci raggelare il sangue. Io sono più forte, Issa, io riesco a sognare ugualmente. Mastico l’egusi e non penso che ho paura. Sto attraversando il mondo conosciuto per cercare una vita migliore. Il gommone è coperto d’acqua, siamo in balia del mare, Issa. Forse per sempre. Lascia che ti saluti come in un bel sogno…

Tratto da “Cartoline dal mondo dei balocchi”, di Lorenzo Mazzoni (LA Case, Los Angeles, 2011)