Al di là del “passaggio”, un vero e  proprio blitz valutato negativamente da elettori di qualsiasi orientamento ma in particolare da un abbondante 40% di quelli del Pd, l’iter delle consultazioni del Super-Renzi all’insegna del cronoprogramma si è da subito incanalato in un “doppio binario” poco esaltante.

Una conferma eloquente sui metodi o meglio le manovre per agganciare nomi di prestigio per i ministeri chiave, anche se poco in linea con i contenuti aleatori del programma dei 5 mesi, è venuta anche dalle parole inequivocabili di Fabrizio Barca con il finto Vendola.   

Mentre i tempi di Renzi come era logico prevedere si stanno allungando, anche perché le sue apparenti consultazioni sul programma sottintendono come presupposto imprescendibile il consolidamento del patto di ferro con Berlusconi sulla legge elettorale, il cosiddetto toto-ministri si sta sempre più riposizionando su nomi di nessuna discontinuità rispetto al governo Letta.

Nell’arco di poche ore ha incassato i no dei volti più noti e/o autorevoli, da Baricco a Farinetti, da Prodi a Barca e per il ministero dell’Economia che al di là di altre e rilevanti valutazioni non deve essere sgradito all’Europa è ritornato in campo anche il nome di Saccomanni.

Tutto quello che ci è stato raccontato sull’esigenza assoluta di tempi fulminei per l’insediamento del governo più fast della storia repubblicana e sulla peculiarità di una crisi sui generis, decisa in fretta e furia dalla direzione di un partito in cerca di autore, si sta scontrando con i prezzi da pagare per un colpo di mano di spregiudicatezza inusitata e per il doppio “equilibrio” al quale Renzi si è impiccato, sempre più opaco.

Non si vede infatti perché intellettuali o personalità stimate della società civile o rarissimi politici dal profilo trasparente debbano imbarcarsi in un governo politico ma di imprecisata definizione, nato dalla defenestrazione di un precedente dal quale è arduo differenziarlo e condizionato da un accordo ferreo con un pregiudicato-decaduto impegnato in una opposizione molto “responsabile”. E naturalmente Berlusconi garantirà il suo contributo di oppositore fattivo e collaborativo fino a quando gli farà comodo,  purché il conflitto di interessi non venga nemmeno evocato e gli siano date garanzie sulla giustizia. E ovviamente sul presupposto che l’Italicum non sia toccato né sul fronte delle preferenze, né tanto meno su quello della soglia di coalizione che gli permette di tenere Alfano al guinzaglio.

Nell’arco di di poco più di un mese Matteo Renzi ha ribaltato quello che era il suo paradigma iniziale e che doveva servire a far metabolizzare l’incontro al Nazareno con Silvio Berlusconi per scrivere insieme la legge elettorale, secondo il quale il superamento del Porcellum era la premessa per poter tornare al voto subito dopo la presidenza europea. Poi la riforma elettorale che non ha archiviato il Porcellum, ma lo ha solo liftato,  insieme alle riforme costituzionali erano diventate una polizza sulla vita del governo Letta (l’indimenticabile hastag enricostaitranquillo).

Ora Renzi sta facendo in modo palese le consultazioni per il suo governo di legislatura all’insegna del suo rutilante “cronoprogramma”.

Ma come risulta evidente anche ad osservatori meno “prevenuti” di noi, per esempio Marcello Sorgi a Rainews 24,  il giro sostanzioso delle consultazioni non riguarda tanto il programma quanto il rapporto Renzi/Berlusconi, la loro reale convergenza di interessi e quanto essa sia compatibile con la permanenza di Alfano nel governo.

E la reale posta in  gioco spiega anche il probabile profilo del governo Renzi, la qualità dei suoi nuovi sostenitori come i cosentiniani di Gal ed il suo tasso di discontinuità da quello precedente che il-fu-rottamatore ha spregiudicatamente spianato forse in cerca di “equilibri” più soddisfacenti.