“Largo all’avanguardia”: dopo Mussolini, l’esausta Pitalia, gerontocratica per almeno sessant’anni, si riaffida ad un trentanovenne rampante. E sempre di marcia su Roma si tratta, ma stavolta inoffensiva e più mid-cult, a passo di Smart, col chiodo in ecopelle a rimpiazzare le brache alla zuava. Eppure, mutatis mutandis, la farsa si ripete: c’è il Nipote dimissionario, come Facta notarile ed impotente, eppoi un sovrano manovratore e pernicioso: Re Giorgio di Savoia, pronto a incaricare lo smargiasso per non ammettere il proprio fallimento.

Di mandarci alle urne, comunque, non se ne parla. “Non diciamo sciocchezze” ‒ monita il Sire. “A me conviene votare, ma all’Italia no” ‒ cicalava il bulletto su Twitter; a pensar male però, si direbbe che l’ennesima nomina feudale ‒ la terza, infischiandosene del responso elettorale ‒ tanto scomodo non faccia manco a lui, che giusto ieri l’altro sentenziava: “Noi vogliamo che il governo arrivi alla fine del proprio percorso con convinzione e saremo i più leali a dare una mano al tentativo di Letta”; “Punto a far lavorare il governo, non a farlo cadere. Enrico ci ha chiesto un patto di coalizione e io sono d’accordo”; “Da mesi leggo sui giornali che Renzi vuole il posto di Letta: se avessi ambizioni personali, avrei giocato un’altra partita”; “Per il 2014 il premier è e sarà Enrico Letta”. A rileggere le sparate di Renzie La Qualunque sembra di stare in una di quelle sit-com americane dove, ad ogni battuta, gorgheggiano risate fuoricampo. E in effetti, col faccione pacioso e la cravatta trash, Renzie te l’immagini in coppia con Mastrota far capolino da un set di pentole mentre arringa: “Prendi la cornetta, Mondial Casa ti aspetta”. Invece, direttamente da Bim bum bam, il Nientalista-imbonitore sarà catapultato a Palazzo Chigi, rottamando se stesso anzitempo proprio come un D’Alema qualsiasi.

D’altra parte, preconizzava Pietro Aretino, “l’ambizione è lo sterco della gloria”, sicché per poter sguazzare in mezzo centimetro di celebrità il nostro Dalemino c’impegola nel letame tutti quanti: sarà mica tanto grullo da credere di poter fare riforme e patti per la crescita con gli stessi figuri che hanno affossato paese e decenza, da un lato il carrozzone disperante dei Boccia e delle Finocchiaro, dall’altro gli Alfanoidi ipocritamente rinsaviti, niente più che una psoriasi fuori tempo massimo del berlusconismo ormai in cancrena. Ci spieghi, allora, il tribuno di Firenze, come intenda cambiare il paese se i suoi mirabolanti protocolli del ‘fare’ dovrà votarli lo stesso Parlamento che ha impallinato Prodi e Rodotà, che, a spese nostre, ha appena regalato 7,5 miliardi alle banche e, soprattutto, non ha saputo dar corso ad un solo provvedimento utile e sensato per risanare la palude in cui l’Italia langue.

Ma forse Renzie ci stupirà con la sua squadra, un brain trust brillantemente à la page per rilanciare le sorti nazionali: Briatore ministro ai navigli da diporto, Madia alla panificazione nazionale, Cavalli al Made in Italy, ma soprattutto: Allevi (scapigliatissimo) al juke-box Happy Days e Baricco ‒ novello André Malraux ‒ al dicastero della creatività popolare per un rilancio dell’aforisma-Perugina. Pochi ministri, tanto onore. E poi, come in una favola di Fedro, tutto il vecchio stuolo piddino ‒ Gentiloni, Franceschini, De Luca ‒ che sgomita e fa a gara pur di reggere il palanchino al vincitore:

“Marciava il gallo tronfio e pettoruto
in lettiga portato da dei gatti;
ma la volpe gli disse: ‘Ti consiglio
di premunirti contro un brutto tiro.
Guardali in faccia, i gatti: non ti sembra
che non portino un peso, ma una preda?’”.