sardi_indipendentiNel mio viaggio nell’Italia che Cambia sono rimasto particolarmente colpito dalla realtà sarda: qui la follia del paradigma vigente e le potenzialità del nostro Paese si palesano meglio che in qualunque altra nostra Regione.

La Sardegna, infatti, è un territorio potenzialmente ricchissimo: produce molta più energia di quella che consuma, ha una potenzialità agricola che gli permetterebbe una comoda autosufficienza, un clima che permette di coltivare senza fatica per molti mesi all’anno, un patrimonio archeologico straordinario e una potenzialità turistica immensamente più grande di quella che si è sviluppata negli scorsi decenni attraverso la cementificazione selvaggia di alcuni tratti di costa.

Eppure, per i parametri dell’economia vigente, la Sardegna è oggi considerata una delle regioni più povere. L’industria è in crisi, la disoccupazione altissima e anche il tasso di abbandono scolastico sta raggiungendo percentuali allarmanti.

Mentre lo Stato italiano arretra un po’ ovunque per mancanza di risorse, la Sardegna si trova sempre più isolata, con collegamenti scadenti e troppo spesso cari e una mancanza di progettualità per il futuro.

Questo almeno è quello che appare nei media e che contraddistingue il racconto della maggior parte dei politici.

Eppure, lontano dai riflettori dei mass media, si è già affermata un’altra Sardegna. Parlo della Sardegna che si riunisce ogni anno a “Scirarindi!” (svegliati in sardo), una manifestazione che mette insieme ricerca spirituale, alimentazione, salute, ecosostenibilità e che raduna migliaia di sardi.

Parlo della Sardegna che sta sviluppando progetti di permacultura molto avanzati, che sta disseminando l’isola di orti sinergici, che vive un fenomeno di “immigrazione” da parte di “italici” molto interessante, che vanta alcune amministrazioni illuminate, che vede decine di progetti culturali molto avanzati e che ha sviluppato alcuni esperimenti economici e imprenditoriali in grado di classificarsi tra i più originali e concreti rispetto alle centinaia di realtà da me incontrate in oltre sette mesi di viaggio on the road in tutto il nostro Paese.

Questa Sardegna la prossima settimana è chiamata al voto. Oltre ai soliti schieramenti, si presenta alle elezioni un movimento – guidato da Michela Murgia – che mette insieme le istanze di “indipendenza”, autonomia e sovranità sarda e che potrebbe in parte raccogliere i voti del Movimento a 5 Stelle, orfani di una loro lista. Un movimento dato molto avanti nei sondaggi. Ovviamente non spetta a me entrare nel merito del voto e degli schieramenti presenti a questa tornata elettorale.

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Roberto Spano

Ho però avuto il privilegio di incontrare Roberto Spano di Orroli nel mio girovagare. È stato lui, tra un pranzo a base di cibo autoprodotto, un’analisi sull’impatto della decrescita in Sardegna e una riflessione sulla preghiera buddista, a spiegarmi le tradizioni e le origini della comunità sarda: qui, qualche secolo fa, vigeva un sistema basato sui giudicati che, per molti versi, sarebbe all’avanguardia anche oggi.

Roberto distingue tra separatismo e indipendenza. “L’indipendentismo moderno, quello in cui mi riconosco, è tutt’altra cosa rispetto al separatismo: noi non vogliamo separarci, vogliamo piuttosto uscire dalla gabbia regionale in cui ci ha chiuso lo Stato italiano per aprirci allo scambio col mondo. Non pensiamo di essere né migliori né peggiori di nessuno. Siamo uguali a qualunque altro popolo e, proprio per questo, abbiamo anche noi diritto ad avere la nostra nazione libera e sovrana”.

Qualunque sarà il risultato, le istanze rappresentate da Roberto e dai suoi amici non vanno trascurate o liquidate con superficiale distacco. Dietro la rivendicazione territoriale, la valorizzazione della tradizione e della lingua sarda, la riscoperta delle relazioni e dell’amore per il proprio contesto, può nascondersi davvero la base per un nuovo paradigma da integrare con i pensieri della decrescita, del bioregionalismo, della responsabilità individuale e sociale.

Oggi non ha più senso contrapporre la valorizzazione di un territorio con quello del Paese che lo ospita. Se cresce uno cresce l’altro. Se si colgono le opportunità e le potenzialità del primo, si arricchisce e si potenzia il secondo. Io credo in un’Italia unita nelle sue diversità, capace di cogliere la straordinaria biodiversità umana e in grado di mettere a sistema – anche in questo caso – un principio semplice, ma rivoluzionario: se io cambio, noi cambiamo.

La Sardegna può essere davvero un laboratorio fondamentale per la costruzione di un nuovo modello basato sull’integrazione tra tradizione e innovazione, tra autosufficienza e scambio, tra valorizzazione della proprie radici e ibridazione con “lo straniero”.

Al di là del voto – che come sappiamo spesso illude e delude – dunque, questa regione potrebbe realmente guidare la rinascita del nostro Paese in un mondo in cui il senso torni a caratterizzare le scelte dell’umana specie. Non perdiamola di vista. 

Guarda la video-intervista a Roberto Spano su decrescita, autodeterminazione e sovranità sarda.