Nella terra desolata della politica italiana, la possibilità di votare una “lista Tsipras” alle elezioni europee ha il significato di ritrovare lo stretto sentiero della speranza; la via smarrita nel maggio dello scorso anno, quando venne sgarrettato Stefano Rodotà. Qualcuno lo ricorda? Il grande giurista confinato d’improvviso, proprio da chi poco prima lo aveva candidato alla Presidenza della Repubblica, nella sgradevole posizione di ingombrante ottuagenario pensionabile. A seguito di un cambio d’umore dipendente da modeste ragioni di bottega: in quanto proponeva una più rigorosa qualificazione del perimetro del Movimento Cinquestelle, reduce da un inaspettato quanto travolgente successo, ottenuto coniugando l’indignazione con la questione sociale. Ossia, ipotizzando una connotazione progressista per una formazione altrimenti indistinta. Formazione la cui natura “acchiappatutto” era destinata a imbarcare (e come i fatti hanno ampiamente confermato), insieme a energie positive, anche scorie altamente contraddittorie; seppure in linea con l’ambiguo eclettismo e la problematica cultura politica dei supremi manovratori, il duo Grillo&Casaleggio.

A tale riguardo il leader di Syriza offre la possibilità di appoggiare un’idea di Sinistra che sembrava dimenticata, definitivamente sepolta nelle pieghe delle pratiche collusive con la Destra e nell’omologazione di ogni discorso politico secondo i format del Pensiero Unico NeoLib. La mutazione genetica verso l’appiattimento camaleontico/opportunistico, per cui oggi l’avventurista Matteo Renzi può ostentare un’assoluta “identità di vedute” con Silvio Berlusconi e Martin Schulz duettare insieme ad Angela Merkel, nonostante il suo brand di partito sia lo stesso che un tempo connotava innovatori del calibro di Willy Brandt e riformisti sul serio come Helmut Schmidt.

Nella grande melassa di una corporazione politicante sempre più indistinta, il simbolo Syriza è garanzia di nettezza del profilo. Sicché si direbbe un vero sollievo poter votare questa volta per qualcuno/qualcosa; dopo averlo fatto tante volte contro qualcuno/qualcosa.

Fermo restando che la campagna di Tsipras e dei suoi testimonial italiani (che fungono da più che attendibili certificatori) è chiaramente una corsa ad handicap. Per il tempo a disposizione, che è davvero poco, e per la visibilità della proposta, che rischia di risultare minima. Il tutto aggravato da ulteriori aspetti di tipo personale. A cominciare dal profilo dello stesso Alexis Tsipras, che non si direbbe quello di una personalità effervescente, in mezzo a una platea elettorale – quale quella italiana – dal palato ormai insensibile ai sapori delicati a seguito delle ustioni prodotte da troppi anni di cibo spazzatura belusconiano (e se il pregiudicato di Arcore questa volta non avvelenerà il pasto della politica, i suoi epigoni star-system Renzi e Grillo sono lì pronti a darci dentro con ingredienti atti a carbonizzare il ragionamento). E cosa c’è di più esposto al rischio inquinamento di una politica-caciara – precipitata nello squallore semplificatorio della rissa tra Eurocatastrofismo ed Euroestablishment – della proposta di un’altra Europa, l’Europa della democrazia, della solidarietà e del cosmopolitismo?

Né appare trascurabile il rischio incombente del cosiddetto “effetto Ingroia“; ossia la trasformazione di una lista molto prestigiosa ma poco presidiata organizzativamente in una sorta di scialuppa su cui tentano di imbarcarsi tutti i naufraghi di mille catastrofi politico-biografiche e tutti i rabdomanti del canonico quarto d’ora di celebrità, eccitati dal ruolo di liderino nell’assemblea del condominio.

Dunque, quella di Tsipras è una proposta carica di promesse e con qualche rischio. Comunque un fiore spuntato nella nostra terra desolata. Che va colto con lo stesso spirito di quando i vecchi radicali impostavano le loro campagne minoritarie: “Le battaglie si fanno per perderle”. Fermo restando che la sconfitta è una vittoria, se riesce a trasformarsi nella semina di nuove fioriture.