La domanda è d’obbligo dopo la relazione della Commissione Onu per i diritti del fanciullo circa le responsabilità del Vaticano per gli abusi sessuali commessi dal clero.

La Santa Sede ha forse alcune ragioni nel ricordare che negli ultimi due anni qualcosa ha fatto, di certo però questo non vale per l’Italia. Infatti, mentre le Conferenze episcopali di Germania, Olanda, Francia, Belgio, Svizzera, Austria, Irlanda sono intervenute con azioni dirette – sebbene dopo l’esplodere nell’opinione pubblica di indicibili tragedie – in Italia la Cei ha sempre perseguito una politica di opacità e di autotutela corporativa.

Non si è voluta costituire una Commissione speciale sugli abusi commessi da ecclesiastici, considerati “fenomeno marginale”. Negata persino la figura di un vescovo responsabile a livello nazionale perché, parole del segretario generale Cei, ”in Italia non c’è bisogno di un’autorità terza per seguire questi casi, il vescovo è responsabile di tutto nella propria diocesi anche in questo campo”.

Possibile allora che solo in Italia nessun Vescovo abbia ritenuto di dover rassegnare le dimissioni o fare mea culpper l’omessa vigilanza nei casi accertati di abusi sessuali? Eppure di casi ce ne sono purtroppo stati, ne posso riportare due di cui sono testimone diretto.

Quello di don Ruggero Conti, parroco a Roma condannato a 14 anni in Appello per reiterati abusi su minori e rispetto al quale mi costituì in giudizio a nome del Comune visto che il sindaco Alemanno non voleva. Durante il processo il Vescovo Gino Reali, responsabile della Diocesi cui faceva capo don Conti, ammise di aver ricevuto per tempo notizie e segnalazioni di quanto poi accertato dai tribunali: non gli credette e così gli abusi proseguirono. Ebbene, non solo al momento non mi risultano siano stati presi provvedimenti canonici rispetto a don Conti, ma neanche rispetto al vescovo che rimane nel pieno esercizio delle sue funzioni.

Caso analogo quello relativo a don Luigi Gatti, già numero uno della Caritas di Perugia che ha appena patteggiato due anni di reclusione rispetto alle accuse di molestie sessuali nei confronti di soggetti deboli affidati alla sua comunità. Anche in questo caso, il Vescovo fu informato che qualcosa non andava ma si limitò a fare “da paciere” tra vittima e predatore.

Allo stesso modo, non ho notizia di reazioni nei vescovi italiani che hanno visto i tribunali accertare violenze sessuali da parte di sacerdoti sotto la loro giurisdizione: almeno 135 casi dal 2000 al 2011 secondo la stessa Cei. E allora, come può la Conferenza episcopale italiana pensare che a gestire una fase nuova possano essere gli stessi vescovi che hanno dimostrato per anni di essere incapaci di vigilare e di ammettere i loro errori?

La verità è che la Cei andrebbe commissariata, essendo un organismo che riunisce i vescovi italiani e che ha mostrato di muoversi in maniera corporativa.

Prova ne è che le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici”, adottate in pompa magna dalla Cei nel 2012, siano state respinte dallo stesso Vaticano perché fondate sul “tutto va bene madama la marchesa”.

L’ultima assemblea generale della Cei del 25 gennaio scorso ne ha dovuto prendere atto ed elaborarne di nuove, ma come diceva san Tommaso “se non vedo non credo”. Sia chiaro, se la Cei vuole davvero cambiare pagina, deve prevedere:
– l’obbligo di denuncia alle autorità civili da parte del clero informato di abusi;
– meccanismi concreti per portare alla luce i crimini di pedofilia commessi dal clero attraverso i decenni, anche attraverso commissioni indipendenti cui aprire gli archivi;
– strumenti di sostegno alle vittime degli abusi.

A differenza che negli Usa o in altri Paesi europei, infatti, l’unico vero attivismo delle nostre Diocesi è stato quello degli avvocati che hanno presidiato i tribunali affinché le vittime di abusi non potessero rivalersi su di loro per i risarcimenti danni. Ecco, se la Cei vuole fare davvero chiarezza, tutelando le vittime anziché le sue gerarchie, cominci con il creare un fondo per i minori abusati, ad esempio con una parte del miliardo di euro che ogni anno ottiene in maniera truffaldina dall’8 per mille dell’Irpef degli italiani.