Alla fine, s’è pronunciata anche la Commissione dell’Onu sui diritti dei bambini. Una pronuncia che arriva con qualche decennio di ritardo, ma dura, pesante. Riguarda lo scandalo dei preti pedofili e il modo in cui la Chiesa cattolica lo ha gestito.

La prassi adottata dai vescovi, infatti, consisteva nel coprire e trasferire, come previsto nel Crimen sollicitationis, una direttiva emessa dall’allora Sant’Uffizio e redatto dal cardinale Ottaviani.  Solo che, trasferito in altra sede, spesso senza informare neppure i superiori del motivo del trasferimento, i pedofili ricominciavano da capo, indisturbati, fino a nuovi trasferimenti.

Il comitato dell’Onu avanza richieste precise: che vengano “immediatamente rimossi” e consegnati alle autorità civili tutti i prelati che siano coinvolti in abusi su minori o sospettati di esserlo e che siano resi accessibili gli archivi del Vaticano in modo che chi ha abusato e “quanti ne hanno coperto i crimini” possano essere chiamati a risponderne davanti alla giustizia.

Richieste che, presumibilmente resteranno senza risposta, come qualunque altra richiesta avanzata dalle più varie commissioni nazionali in questi anni. Negli Stati Uniti sono stati necessari ordini emanati dai tribunali, per accedere agli archivi delle diocesi. Le richieste della commissione Murphy e della commissione Ryan, che indagarono sugli abusi, gli orrori e le sevizie commessi nelle scuole gestite dagli ordini religiosi in Irlanda, restarono inesorabilmente senza risposta.

Senza contare il numero di sacerdoti accusati di abusi o condannati che hanno trovato riparo entro le mura vaticane o a Roma, primo fra tutti il cardinale Law, che ha coperto decenni di abusi a Boston e poi “promosso” da Giovanni Paolo II arciprete emerito nella basilica romana di Santa Maria Maggiore. E per quanto il nuovo pontefice, recatosi all’indomani della sua elezione nella basilica, abbia chiesto di non voler nemmeno vedere l’arciprete, si è ben guardato dall’aprire un procedimento canonico per la riduzione allo stato laicale.

Senza contare che, allo stato attuale, neppure un ordine del tribunale può riuscire a far aprire gli archivi della Santa Sede. All’epoca dello scandalo negli Stati Uniti, infatti, la competenza dei processi canonici a carico dei sacerdoti accusati di abusi sessuali spettava ai tribunali diocesani. Erano il vescovo e i suoi vicari ad accertare (con procedimenti che si rivelavano delle farse nella quasi totalità dei casi) se il sacerdote accusato avesse commesso abusi o meno. Poi arrivò una direttiva dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto per la Congregazione per la Dottrina della Fede.

La direttiva, nota come De delictis gravioribus, non solo rinnova l’imposizione del “segreto pontificio”, ma avoca alla Congregazione stessa il diritto di giudicare i casi di abusi sessuali su minori. Nella prassi, sono sempre i tribunali diocesani a istituire il processo (quando ci si arriva) ma esso avviene sotto il controllo dell’ex Sant’Uffizio. Una volta concluso il procedimento, qualunque sia l’esito, i tribunali diocesani non devono conservare copia del procedimento o delle denunce ma tutti gli incartamenti devono essere conservati in Vaticano presso la Congregazione per la Dottrina della Fede. E il Vaticano è uno Stato autonomo, che opera presso le Nazioni Unite con lo status di Osservatore Permanente di Stato non membro. In questa veste può partecipare attivamente alle conferenze organizzate dall’Onu e alzare la propria voce durante i lavori, ma essendo uno Stato non membro non è vero il contrario.

Per accedere agli archivi della Santa Sede occorre una procedura particolare, la rogatoria internazionale. Le rogatorie sono atti attraverso i quali si chiede a un ente con giurisdizione autonoma (per esempio il Vaticano) di collaborare con un altro ente (per esempio una corte italiana o di altra nazionalità) per il compimento di atti relativi a un processo (per esempio rendere disponibili determinati documenti). In Italia, per giunta, il tutto è filtrato dal Ministro della Giustizia, che decide se dare seguito o no ad una rogatoria, anche di quelle del tribunale italiano verso l’estero.

Chiaramente, lo Stato che riceve questa “richiesta di collaborazione” è liberissimo anche di rifiutare di collaborare. Esattamente come ha fatto il Vaticano nella totalità dei casi avanzati fino ad oggi. E, onestamente, è difficile pensare che non continui così.