Squali massacrati per produrre cosmetici e fare zuppe; balene massacrate per supposte ricerche scientifiche; delfini massacrati per rimpinguare i delfinari.

Non c’è pace per la grande fauna acquatica dei mari del mondo. Gli squali sono protetti in buona parte dalla Convenzione Cites eppure vengono pescati impunemente per scopi che non si possono che definire spregevoli. La balene sono protette da un accordo internazionale, ma il Giappone continua a pescarle con la ridicola scusa della ricerca (il nome compare persino sulle fiancate delle navi) anche se il consumo di carne di balena è in riduzione nel Sol Levante. Dei delfini sono selezionati quelli belli ed ammazzati quelli “senza valore” nella baia di Taiji, sempre in Giappone.

Nonostante l’attenzione del mondo su queste barbarie, le carneficine gratuite continuano, talvolta rifacendosi alla scusa delle tradizioni locali. Un po’ come la Spagna che pratica la secolare corrida o gli abitanti delle Isole Faroe che fanno mattanza di balene pilota perché così si fa da 1200 anni. Quasi che le motivazioni che valevano allora possano avere ancora un senso nel mondo di oggi.

Del resto, l’attenzione del mondo nasce grazie alle denunce delle associazioni ambientaliste (Sea Shepherd in prima linea) e dalle testimonianze di quei pochi reporter coraggiosi che vanno a filmare queste vergogne dell’umanità, ma le istituzioni dove sono? Non sono evidentemente problemi loro. Lo sono le uccisioni nel mondo di uomini, donne e bambini, (e neanche tutte). Giusto, giustissimo, per la carità, peccato però che invece queste altre stragi completamente gratuite passino sotto un assordante silenzio. Certo, capisco, non si possono rovinare i lucrosi rapporti commerciali con Cina o Giappone solo a causa di qualche mattanza di pesci o cetacei.