La Turchia è stretta tra la tesi erdoganiana del complotto tout court e il tackle della Banca Centrale che aumenta i tassi di riferimento. E così, se da un lato il leader turco invoca le pressioni internazionali per giustificare i tentativi legislativi di mettere sotto controllo la magistratura e l’imponente rimpasto di poche settimane fa, a seguito dello scandalo tangenti, ci pensa l’istituto finanziario del Paese a ristabilire un equilibrio che appare ancora precario.

La Banca centrale di Istanbul ha presentato un piano di emergenza per il rialzo dei tassi, una mossa che è andata anche oltre le reali aspettative del mercato e rafforzando una moneta, la lira, in affanno. Nello specifico ha più che raddoppiato il suo tasso di prestito per le banche dal 4,5 al 10%. Contemporaneamente, al fine di rallentare la volatilità e consentire agli istituti finanziari di conservare più a lungo il denaro, ha rivisto al rialzo la tariffa settimanale del suo tasso overnight (era al 7,75%). Con una differenza per la stragrande maggioranza dei prestiti del 2,25%.  

La lira, che ha perso circa un terzo del suo valore nei confronti del dollaro dallo scorso maggio, ha osservato un balzo in avanti del 3% nei minuti successivi all’annuncio. Ma proprio Erdogan solo la scorsa settimana si congratulava con la sua Banca centrale per aver rifiutato di aumentare i tassi di riferimento nonostante un coro di economisti e di investitori avvertisse che un tale passo era necessario. Erano giorni difficili per la lira turca (in un anno è passata da 2,4 a 3,2 punti per ottenere un euro). Ma più in generale è la situazione complessiva del Paese a preoccupare, con l’inflazione in aumento, la zavorra di 60 miliardi di disavanzo delle partite correnti e le riserve agli “sgoccioli”, stimate a meno di 38 miliardi: altro che complotto internazionale, forse sarebbe il caso di riflettere su numeri e trend.  

Per cui ieri la Banca centrale ha ceduto alle pressioni del mercato e ha annunciato dopo il consiglio straordinario “misure politiche necessarie per la stabilità dei prezzi”. Come osservato da Daniel Dombey sul Financial Times, la mossa della Banca centrale turca potrebbe essere la risposta economico-finanziaria alla volontà di Erdogan di procedere al ddl che aumenterebbe il controllo del governo sulla magistratura. Per mesi Erdogan ha invocato la “lobby del tasso di interesse” che avrebbe fatto la guerra al suo Paese. Un sondaggio diffuso dalla Reuters rivela che 30 economisti sui 31 interpellati valutano la mossa della Banca come extrema ratio, senza dimenticare che la stessa Banca avrebbe venduto 3 miliardi di dollari in valuta estera sette giorni fa per sostenere a lira, ma nonostante ciò la moneta nazionale avrebbe continuato a perdere.

La prospettiva di un aumento dell’interesse dei tassi potrebbe avere altri riverberi oltre che puntare alla stabilizzazione del conio. Dalla colonne del Ft infatti l’economista Refet Gurkaynak, docente all’università di Ankara, osserva che si è deciso “di pompare la domanda interna, ma occorre un riequilibrio al fine di evitare una disfatta”. Il ragionamento di Gurkaynak è che il Paese si trova in una nuova fase economico-finanziaria, e a differenza delle precedenti crisi i suoi debiti sono in gran parte custoditi dal settore privato, non dal governo. L’aumento dei tassi di interesse dovrebbe avere anche un impatto non secondario sulla crescita, già al di sotto del trend turco a lungo termine. Ragion per cui le elezioni amministrative del prossimo marzo si annunciano come una prova del nove, non solo per il partito di Erdogan ma per un intero sistema Paese.

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