Finalmente la vertenza Electrolux ha assunto rilevanza nazionale come merita. Dico “finalmente” perché, anche se portata all’attenzione del grande pubblico solo adesso, ha origini piuttosto lontane. L’Electrolux, multinazionale svedese e primo produttore di elettrodomestici al mondo fino al 2006, nel 2004 occupava in Italia più di 9000 persone in cinque insediamenti produttivi. È l’erede di marchi storici come Zoppas, Zanussi, Rex, che gli italiani conoscono perché hanno fatto parte della storia industriale del paese.

Al di là della storia però, per le aree in cui opera e per il comune che ho l’onore di amministrare, l’Electrolux rappresenta ben più di un’istituzione, è tuttora il motore economico del territorio.

bandiera-biancaNel comune contermine di Susegana e nel mio, Santa Lucia di Piave (Treviso), ha sede infatti uno dei quattro insediamenti superstiti dell’azienda, che occupa adesso in Italia circa 4000 persone, il quinto, Scandicci, è stato sacrificato qualche anno fa alle ragioni della competitività. Per me, quindi, quella che leggiamo sui giornali non è solo una gravissima vertenza industriale da risolvere, ma sono persone: donne e uomini, conoscenti e amici che stanno vivendo un dramma. Le Amministrazioni locali e le regioni sono solidali con questi lavoratori, lo dimostrano in maniera fattiva e simbolica, latitante finora è stato il governo: davanti al nostro municipio sventola da più di un anno una grande bandiera bianca in segno non di resa ma di protesta verso una classe politica nazionale inadeguata che non sa, non può o non vuole farsi carico dei problemi del paese.

La vertenza Electrolux rappresenta un punto di non ritorno, non stiamo parlando infatti di un’azienda in crisi ma di un soggetto industriale, contrattualmente fortissimo, che metterà il governo di fronte ad una scelta cruciale. Se si accettano le richieste aziendali con la riduzione dello stipendio ai lavoratori, il fenomeno non potrà che estendersi a macchia d’olio e questo, oltre a compromettere l’economia, potrebbe comportare il crollo di un sistema di previdenza pubblica basato sulla contribuzione, quindi sul numero di occupati e sulla loro retribuzione. L’unica soluzione è mettere in campo azioni alternative strutturali che da un lato riducano il costo del lavoro (cuneo fiscale), la burocrazie e mille altri impedimenti e dall’altro forniscano valore aggiunto grazie all’innovazione e ricerca, attività in cui il nostro paese potrebbe eccellere. Questo è nei poteri e nei doveri del governo. Occorre però coinvolgere a pieno titolo l’Europa, il problema infatti è continentale, Wirlpool sta per chiudere due stabilimenti, uno in Svezia e uno a Trento, per spostare la produzione a Varese! Se l’Europa non si occupa dei problemi del continente, qualcuno mi spieghi a cosa ci serve.

Ecco un’ottima occasione per il presidente Letta di dimostrare se possiede veramente le palle d’acciaio di cui è stato accreditato. Tratti con l’azienda ma, se le condizioni sono veramente irricevibili per i lavoratori e per il paese, prima di rischiare di compromettere il sistema economico di quest’ultimo valuti il fatto che in quegli insediamenti produttivi e con quei lavoratori potremmo anche continuare a fare ottimi elettrodomestici in autonomia. Una delle proposte dei lavoratori di Susegana, infatti, è continuare ad operare con una cooperativa pubblico-privata. Per quanto ci compete noi comuni abbiamo fatto quello che potevamo e ci competeva: nei piani urbanistici del territorio abbiamo vincolato i terreni in cui è insediata l’azienda esclusivamente ad attività produttive.

Se la vertenza non dovesse risolversi per il meglio, faccio mie le parole di una lavoratrice che venerdì scorso, ad una tavola rotonda organizzata dal M5S a Conegliano, dopo un accorato intervento e quasi in lacrime ha supplicato i due parlamentari presenti dicendo: “I politici che abbiamo mandateli a casa!”.

Appunto. Mandiamoli a casa!