Alle Olimpiadi invernali di Sochi ho deciso che oltre che per l’Italia, tiferò per gli Stati Uniti. Sto parlando dei giochi che quest’anno, più che per le discipline che si alterneranno, più che per i record che si cercherà di battere e più che per la condizione degli impianti sportivi, stanno facendo discutere relativamente all’orientamento sessuale di qualcuno, alla politica discriminatoria di qualcun altro e al diritto della comunità Lgbt di essere rappresentata anche nello sport.

La Russia di Vladimir Putin ha deciso di porsi su un piano di intransigenza e di non accettazione dell’omosessualità; ha optato per un pensiero vecchio e superato, quello che ritiene che chi è gay sia il portatore di una devianza o peggio ancora di una malattia ed ha tentato di boicottare la presenza di atleti di quel tipo ai giochi invernali in programma nel suo paese. Un atteggiamento che naturalmente disapprovo su tutta la linea.

Ammiro invece il coraggio del Presidente degli Stati uniti Barack Obama. Per rispondere alle leggi anti-gay russe ha deciso che della delegazione ufficiale che rappresenterà gli Usa ai Giochi, vi faranno parte due atlete dichiaratamente lesbiche. Per la cerimonia di apertura la scelta è caduta su Billie Jean King, leggenda vivente del tennis, con 39 titoli nel Grande Slam e tra i primi protagonisti nel mondo dello sport a fare coming-out omosessuale. Per quella di chiusura si è scelto invece Caitlin Cahow, paladina dei diritti delle lesbiche, nonché difensore della nazionale femminile di hockey su ghiaccio, vincitrice di ben due medaglie a cinque cerchi, dell’argento a Vancouver 2010 e del bronzo a Torino 2006.

Di fronte a un coraggio di questo tipo e alla voglia di stare al passo coi tempi, noi italiani come abbiamo risposto? Con le parole di Mario Pescante, membro del Comitato olimpico internazionale, ex Presidente del Coni ma soprattutto ex deputato del fu Partito delle libertà. Pescate, lo scorso 15 gennaio, a Milano per presentare la partecipazione della squadra azzurra alle Olimpiadi di Sochi, ha avuto il coraggio di considerare “capziosa” la decisione di Obama, dicendo che il Presidente americano: “Ha fatto iscrivere delle atlete lesbiche solo per uno spirito polemico nei confronti di Putin”.

Ho provato sconcerto e imbarazzo per quelle parole. Vedere solo un fine polemico dentro quel tipo di iscrizione significa non rendersi conto della serietà della battagli in corso all’interno della comunità omosessuale internazionale, in continua lotta per il completo riconoscimento dei propri diritti.

Non tocca certo a un membro dei Comitato olimpico internazionale dire cosa devono fare gli Stati uniti, ma venendo al caso di specie, è molto più potente un gesto come quello della squadra olimpica americana, che approvo, piuttosto che tanti proclami. Esso spazza via qualsiasi fraintendimento sulla posizione degli Usa di fronte all’omosessualità, presentando l’amministrazione Obama per quello che è, ovvero una realtà moderna e attenta ai bisogni di tutti i cittadini. Se l’Italia avesse lo stesso coraggio agirebbe in modo identico.

Dispiace che le parole di Pescante siano state pronunciate, per un puro caso, a Milano, città nella quale la lotta alla discriminazione di genere e la lotta per i diritti, sono costantemente nell’agenda politica della città.