Come tanti di voi ho visto il film Il pianista, di Roman Polanski. Ho letto molti libri, primo fra tutti l’imprescindibile Il guardiano, la storia del ghetto di Varsavia raccontata da Marek Edelman, eroe dell’insurrezione che per cinque giorni, nell’aprile del 1943, oppose un drappello di poche centinaia di giovani ebrei a oltre duemila soldati e poliziotti tedeschi.

Ho visto fotografie – fra le quali quelle diligentemente raccolte in un album da un soldato tedesco – che documentavano la miseria, la fame, la morte degli oltre 400 mila ebrei rinchiusi dalla fine del 1939 in un fazzoletto di strade del centro storico di Varsavia. E i filmati della distruzione del ghetto, bruciato con i lanciafiamme e raso al suolo nel maggio del 1943.

Pensavo, insomma, di saperne abbastanza. Finché nei giorni scorsi un’amica mi ha passato un libretto: Lettere da Varsavia – Testimonianze di una famiglia ebrea polacca 1938-1942 (Edizioni Gold). L’ha scritto un uomo il cui pudore è tale da averlo indotto a firmare il libro solo con il suo nome, omettendo il cognome. Waldy, si chiama, ed è ormai avanti con gli anni, essendo solo bambino in quegli anni cruciali. Anni di cui Waldy ha personalmente poca o niente memoria, ma che ha potuto, e soprattutto voluto, ricostruire attraverso la corrispondenza intercorsa fra sua madre, allora già residente in Italia, e i familiari rimasti a Varsavia.

Una famiglia come tante, quella dei nonni di Waldy e dei loro sei figli. Un negozio di cappelli nel centro della città, una certa agiatezza economica, buoni studi per le ragazze e per l’unico figlio maschio, il pianoforte su cui, come in tante famiglie polacche, si strimpellava Chopin.

E poi l’inizio della fine, sancito nel libro da una fotografia: la madre di Waldy, Blima Mandelbaum detta Bela, seduta da sola all’ultimo banco nella classe di liceo a Varsavia, nel 1923. Perché sola? “Era una studentessa con ottimo profitto e avrebbe desiderato stare nei banchi anteriori” scrive Waldy “ma non poteva. Agli ebrei, secondo le disposizioni vigenti, era consentito di occupare solo l’ultimo banco”.

Ma è un’altra la protagonista del libro: zia Dosia, le cui lettere alla sorella Bela scandiscono i tempi e i modi della caduta nel baratro. All’inizio – la lettera non è datata, ma probabilmente è della fine del 1937, inizi 1938 – Dosia scrive di “gravissime ristrettezze, nel significato più materiale del termine”. Ma non è la paura bensì la speranza per il futuro ad animare la lettera: a 32 anni, Dosia ha finalmente incontrato un uomo “simpatico, che mi piace molto e anch’io a lui”. E se la cava, economicamente, dando lezioni di italiano, lingua “alla moda” nella Varsavia dell’epoca. Fra i suoi allievi c’è anche un grosso imprenditore agricolo, molto colto e gentile, ma “ti lascio immaginare il supplizio” scrive alla sorella “quando qualche volta si lasciano andare  (lui e la moglie, ndr) “ad espressioni sprezzanti nei confronti degli ebrei, dalle quali si capisce che sono ben lontani dal pensare che io lo sia”.

È il 1939 quando Dosia si sposa e ha una figlia, Miriam. La gioia per la maternità è tale da minimizzare gli stenti nei quali la nuova famiglia è costretta a crescere. Nelle sue lettere Dosia non parla nemmeno dell’occupazione tedesca, avvenuta a partire dal 1° agosto 1939.

Un anno dopo, maggio 1940, la situazione è totalmente cambiata. In questa e nelle lettere successive, Dosia chiede aiuto materiale alla sorella: nel ghetto manca tutto e i pochi soldi raccolti vendendo tutto ciò che possiede non bastano a comperare il sapone da toeletta per lavare la piccola Miriam, affetta da “eruzioni cutanee che le danno molto prurito”. Il marito di Dosia è scomparso e lei deve affrontare da sola la dura vita del ghetto: “Devo ammettere che mi sento sempre più denutrita, gli occhi infossati, voglia Dio che mi possa mantenere fino alla fine”.

Da quel momento in poi, tutte le lettere di Dosia conterranno pressanti richieste di cibo e filo da cucire, indispensabile per i lavori di cucito con cui riesce dar da mangiare qualcosa alla figlia. Non può, per la censura che vaglia attentamente la corrispondenza, raccontare le condizioni disperate del ghetto: “Se Dio vorrà, un giorno ci ritroveremo con la mia Miriam fra voi, e allora ti racconterò ogni cosa”. Ma più oltre non riesce a trattenersi: “Scusa se questa lettera è piena di lagne e di rimpianti, ma non riesco a rassegnarmi, mi pesa troppo il pensiero che la mia piccola debba soffrire per questa ossessione che grava sul futuro del mondo. Conoscerà tutto questo solo dalle tue lettere, se io non ci sarò più?”

Miriam non conoscerà nulla di quell’”ossessione” se non quanto scontato sulla sua pelle, perché come sua madre e tutti quegli ebrei che non erano morti di stenti nel ghetto, finì su un carro bestiame diretto a Treblinka. In base a quanto riferito dall’unica superstite della famiglia Mandelbaum, la zia Lola, è lì che probabilmente si concluse l’ultima tappa del viaggio di tutti i familiari di Bela rimasti in Polonia.

Lola, fuggita dal ghetto, combattente con la resistenza, arrestata, deportata e sopravvissuta ad Auschwitz, riparò in Svezia ed emigrò successivamente in Canada, dove cambiò il suo nome in un altro polacco, dichiarandosi di religione cattolica. Non confidò mai a nessuno, nemmeno al marito, di essere ebrea e di essere scampata allo sterminio.

La foto della zia Dosia giovane e sorridente, debitamente incorniciata, ha tenuto compagnia fin dai primi anni di vita, appesa a una parete della cameretta, a Waldy e a sua sorella. Ma mamma Bela non raccontò mai delle persecuzioni subite dai suoi familiari.

Questo libro è dedicato a loro:
“Hanno sperato, ricordato, amato.
Noi allora non lo sapevamo, ma ora è chiaro:
la nostra vita è il loro lieto fine”