Il tribunale del popolo numero 1 si trova a sudovest di Pechino, quasi sul quinto anello. Di fronte, la collinetta artificiale del cimitero degli eroi della rivoluzione domina l’ampio viale che li divide. Ieri mattina il panorama era costellato da uomini della polizia e informatori in borghese. La vicina stazione della metro era controllata con cani anti-esplosivo e ogni incrocio era presidiato almeno da una camionetta.

All’interno del tribunale si svolgeva il processo di Xu Zhiyong, l’avvocato che da vent’anni si batte per i diritti civili. Alcuni diplomatici dell’Unione europea sono riusciti ad entrare nell’edificio dichiarandosi preoccupati per l’attivista. È stato loro risposto seccatamente che Xu era un cittadino cinese e che comunque nell’aula non era ammesso nessuno. Secondo quanto riportato dal suo avvocato, Xu Zhiyong avrebbe provato a parlare dei suoi ideali ma sarebbe stato interrotto nel momento in cui avrebbe cominciato a chiedersi perché la Cina non poteva seguire la strada intrapresa da altri paesi nella trasparenza finanziaria, almeno per quanto riguarda i funzionari pubblici.

Poi l’imputato e il suo avvocato sono rimasti in silenzio, rifiutandosi di partecipare a quella che hanno definito una “farsa”. Tra oggi e dopodomani si svolgeranno i processi di altri sei attivisti del suo Movimento dei nuovi cittadini. Sono accusati di “disturbo dell’ordine pubblico” per aver organizzato manifestazioni che chiedevano che i funzionari pubblicassero redditi e averi. Fuori dal tribunale una ventina di persone provava a denunciare i torti subiti e a dimostrare il supporto per l’opera dell’avvocato che si è sempre schierato dalla parte dei più deboli e a favore del rispetto della legge.

“Abbiamo bisogno di persone come lui per continuare a sognare la nostra Cina”, ci ha confidato un’attivista del Movimento che presidiava il tribunale dalle sette di mattina per provare ad assistere al processo. Attivisti e giornalisti venivano continuamente spostati dalle forze dell’ordine. Ogni istante di tregua era sfruttato da chi aveva subito un torto per srotolare di fronte alle camere il cartello con la storia della sua ingiustizia subita. Storie simili da ogni regione: demolizioni forzate, funzionari corrotti e migranti malmenati.

Erano le sue battaglie, quelle di cui nessuno parla più perché mettono in difficoltà la credibilità del Partito. Ma un team di giornalisti investigativi legati a un think-tank Usa è andato oltre. Ha pubblicato lo stesso giorno l’analisi incrociata di ben 2,5 milioni di files. Un lavoro immane durato più di un anno che ha rivelato i nomi collegati a circa centomila aziende domiciliate in dieci giurisdizioni offshore.

Emerge così che circa 37mila cittadini della “Grande Cina” (Repubblica Popolare, Hong Kong e Taiwan) si sono serviti dell’intermediazione dalle principali banche internazionali – tra cui Ubs, Credit Suisse e Deutsche Bank – per aprire holdings, trust e società di varia natura in diversi paradisi fiscali. Ricchezze quindi, sottratte all’erario.

Inoltre fa nomi e cognomi dei principini rossi e degli imprenditori di chiara fama che lo hanno fatto. Le élite cinesi – ora non c’è più dubbio – portano i loro capitali offshore. E tra questi ci sono anche il cognato del presidente Xi Jinping, i figli degli ex premier Wen Jiabao e Li Peng,  il nipote dell’ex presidente Hu Jintao e addirittura il genero del “piccolo timoniere” Deng Xiaoping.

Rischia di andare in fumo tutta la campagna per la frugalità lanciata dal presidente. E in fumo anche la favola che la nuova leadership sia impegnata in una lotta senza precedenti contro l’ingiustizia sociale e la corruzione. L’inchiesta è già censurata in Cina, Xu Zhiyong e i suoi sodali sono processati senza che gli venga garantito il diritto di difesa e almeno due dei loro sostenitori sono stati portati via dalla polizia sotto i nostri occhi. Ma saranno questi dati parlano alla pancia delle persone. Il “sogno cinese” di Xi Jinping è messo a dura prova.

da Pechino

Il Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2014