Con la vittoria di poche ore fa ai Golden Globe come miglior film in lingua straniera, la pellicola di Paolo Sorrentino La grande bellezza centra un obiettivo riuscito solo a poche altre opere italiane: da Ladri di biciclette (1950), a Nuovo cinema paradiso (1989), senza contare le pur importanti co-produzioni europee di Il vizietto (1979), Farinelli (1994) e Mar Adentro (2004). 

Questa bella vittoria mi dà il destro per proporvi fuori tempo massimo una mia recensione. Si tratta di certo di un film importante, con un eccesso di cartoline romane di sicura presa all’estero, come appunto confermato anche da questo riconoscimento hollywoodiano. La grande bellezza non sembra un capolavoro, e tuttavia presenta qualità notevoli per chi ama il cinema, confermandosi come uno dei pochi film che ha saputo suscitare un dibattito nazionale. Fotografia superlativa, colonna sonora da urlo (fra le altre canzoni, A far l’amore comincia tu nella versione remixata da Bob Sinclair, apre la scena di un party romano molto ye-ye sulla terrazza dinanzi al Colosseo, con tanto di trenini e donne in disfacimento tenute su da chirurghi estetici e fallimentari iniezioni di botox), tecnica registica di grande gusto, anche se poco sperimentale a base di lunghi piani sequenza, carrelli e panoramiche paracule, che comunque hanno scavato uno squarcio nel mio cuore di romano all’estero.

Sorrentino è bravo, a tratti bravissimo, ma si sente che si dimena nel confronto con il se stesso de Il divo. Quello è il film su cui in molti abbiamo sussurrato: ca-po-la-vo-ro. Adesso, è naturale, ogni nuovo film del regista è paragonato a Il divo, in una maledizione felliniana ben conosciuta. E La grande bellezza, nonostante il Golden Globe appena ricevuto, non è proprio all’altezza de Il divo. Per quale motivo? Perché Sorrentino sa quali sono gli ingredienti che gli americani  si aspettano da un film italiano per sostenere che sia “perfetto”. E il regista li mescola, con assoluta maestria, confermando però uno stereotipo che ormai danneggia il cinema italiano contemporaneo proprio perché lo costringe in un angolo identitario di un’epoca che non è certo quella di oggi. Da qui viene anche l’errato paragone fra La grande bellezza e La dolce vita, quando in realtà il film felliniano che andrebbe usato come paragone è Otto e mezzo, altro celebre vincitore di Golden Globe nel 1964, con la sua continua, estenuata ricerca psicologica del senso della vita per l’artista.

Sorrentino vuole dimostrare una tesi banale e sentita tante di quelle volte da risultare ormai stantia: la decadenza della sinistra, la decadenza della borghesia italiana, la decadenza della città di Roma, e la decadenza della borghesia di sinistra e romana… anche se va detto che la risposta che il personaggio principale, Jep Gambardella, dà a Stefania, la scrittrice radical chic, è qualcosa di folgorante, forse la migliore battuta di tutta la sceneggiatura: in un breve monologo, Jep ristabilisce un punto di verità sulle scelte di vita fatte da Stefania e risponde così al suo lungo monologo auto-incensante. Una risposta talmente ben piazzata, e recitata da Servillo in modo così convincente e low profile, gettato con noncuranza sul collo della sua amica, da lasciarla decapitata, senza parole, e costringerla semplicemente ad abbandonare la scena.

Toni Servillo, si è detto. Anche in questo film è un interprete straordinario, calato nella parte dell’intellettuale da un solo romanzo, pubblicato in gioventù, che però gli ha garantito la fama dello scrittore, del punto di riferimento per questo triste circo di personaggi in cerca di autore e di trama. Jep è oggi un nottambulo perdigiorno, che si interroga sulla vacuità dell’esistenza attraverso l’assai discutibile tecnica della voce della coscienza, riversata sullo spettatore come una anti-cinematografica voce narrante. La recitazione di tutto il cast è l’altra grande qualità della pellicola. Sono tutti perfetti, occorre dirlo, e questo ne fa un film da vedersi al cinema. È bravo Carlo Verdone nei panni di Romano, un autore teatrale infine sconfitto dalla grande città e che per ciò decide di tornare a cinquant’anni al paesello; è apprezzabile Sabrina Ferilli nei panni di Ramona, una stagionata ballerina sexy che continua nei suoi spettacolini erotici per pagarsi un’operazione, forse un cancro, che però viene mal gestita dalla sceneggiatura. È grande Iaia Forte, la cui napoletanità e i cui occhi continuano a recitare per default in modo sublime. È in grazia perfino Serena Grandi, nei tragici panni di se stessa.

La grande debolezza de ‘La Grande bellezza è tuttavia nella sceneggiatura di Umberto Contarello, che forse qui ha avuto l’occasione per fare il salto di qualità dopo una carriera di oneste sceneggiature per la televisione, ma l’ha mancata. Perché quel che manca a questo per altro bel film, è proprio la trama, il raccontare una storia, la creazione di intrecci fra personaggi certamente ben disegnati anche se un po’ troppo archetipici quando non proprio stereotipizzati. Colpisce, infine, la totale assenza di gente sotto i 40 anni, anche nei personaggi secondari. Una società romana cocaino-caino-borghese, over-50, di sinistra puzzettara e pseudo artistica, legata a un partito comunista che non esiste più, proprio a partire dall’egemonia culturale sul cinema. Da vedere.