La notizia che nella nuova costituzione tunisina tutti i cittadini, sono uguali davanti alla legge ha fatto il giro del mondo come notizia  parità uomo-donna, come se la Tunisia avesse in questo modo aperto una porta nel mondo arabo.

E’ stato un sollievo per  chi aveva temuto davvero che la maggioranza di islamisti nell’Assemblea Nazionale potesse portare a sancire principi diversi, come quello ambiguo della complementarietà tra uomo e donna che inizialmente era stato proposto da deputati di Ennahda. Oppure in generale si è temuto che nella Costituzione ci potesse essere un riferimento esplicito alla sharia, a fonti del diritto diverse dal diritto stesso.

In realtà la Costituzione sta arrivando con un anno abbondante di ritardo perché c’è stato un groviglio di problemi di conflitti politici e di potere e di preoccupazioni dovute all’attività di gruppi armati. Ma per chi conosce la realtà tunisina – la forze della presenza femminile nella società pienamente mediterranea –  era difficile immaginare che ci potesse essere una soluzione più arretrata su questi due punti, ruolo della donna e sharia.

Anche se ci fosse nell’Assemblea nazionale una maggioranza ancora più forte di deputati islamisti il risultato, a mio parere non sarebbe cambiato. Basti pensare a quanto Ennahda si sia vantata di avere anche donne non velate nella sua rappresentanza parlamentare. Basta vedere la foto di un capannello nell’Assemblea nazionale tunisina, che ha percentuali di donne superiori a quelle italiane.

L’affermazione di parità fatta in quei termini che han fatto il giro del mondo non è sorprendente né rivoluzionaria. Non apre la strada all’abolizione delle -poche- discriminazioni che restano nel paese del codice dello statuto della donna. Dalla Costituzione non deriverà la parificazione in campo successorio, ad esempio, uno dei pochi veri problemi delle donne a livello legale (“si è sancita la parità di fronte alla legge, non dentro la legge” leggo su un blog tunisino).

L’altra parte del Mediterraneo non è lontana, non c’era da aspettarsi che togliessero le donne dal lavoro, né viceversa che il riferimento all’Islam sparisse dalla Costituzione. E dietro i lunghi e pazienti bracci di ferro politici identitari c’è una stasi economico sociale che  morde i freni. Sta riprendendo un’ondata di proteste sociali nel centro sud che non ha come obiettivi un partito o l’altro ma i primi segni di un’austerità nei budget pubblici, come l’aumento del bollo di circolazione, mentre gli attesi investimenti pubblici non si vedono.
Alla  nuova fase della transizione tunisina le donne potranno partecipare, come già facevano, con un ruolo crescente nella misura in cui l’attenzione tornasse di più alle condizioni di vita reali della gente.