Bisogna ammettere che, sebbene sia comunemente ritenuta la bibbia dei neoliberisti internazionali, la rivista Economist dà a volte prove, come ho già avuto modo di notare in altre occasioni, di intelligenza, acutezza e onestà intellettuale.

Ritengo significativa la scelta dell’Economist di nominare Paese dell’anno l’Uruguay del presidente Mujica. In primo luogo perché è caduta su uno dei Paesi protagonisti dell’attuale primavera latinoamericana, fenomeno complesso e articolato che rende l’insieme dei Paesi latinoamericani, da Cuba all’Argentina, protagonisti, sulla scena mondiale, di una serie di conquiste e avanzamenti sul terreno della difesa dei diritti umani e della democrazia. Ognuno di tali Paesi, peraltro, ha la sua storia e le sue peculiarità. Il che tuttavia non consente di tentare di metterli l’uno contro l’altro, tanto più che la riscoperta delle comune radici latinoamericane, indigene e di altro genere, e la ricerca costante di una cooperazione effettiva su tutti i piani, costituiscono elementi caratterizzanti del fenomeno. Tanto più che forte e sincero è l’apprezzamento reciproco, che porta ad esempio Mujica ad elogiare Chavez per aver riscattato molti venezuelani dalla miseria e rifornito il Paese di abitazioni e servizi migliori. Premiando Mujica e l’Uruguay, quindi, l’Economist premia in certa misura tutta  l’America Latina, e questo è tanto più significativo perché si tratta del continente dove più avanzate sono le critiche e le alternative al neoliberismo dominante

La scelta dell’Economist è caduta sul piccolo Paese latinoamericano anche per la scelta di liberalizzare la marijuana, scelta peraltro fortemente caldeggiata dal Presidente colombiano Santos e compiuta dal Colorado e, si spera, presto anche da altri Stati degli Usa. Una scelta che costituisce un fortissimo colpo per le mafie di ogni genere e che, nel caso dell’Uruguay, dimostra la possibilità di far coesistere un autentico liberalismo nel rispetto delle scelte individuali e dei modi di vita, con un pensiero economico basato sulla solidarietà sociale. E qui veniamo a scoprire altri aspetti del pensiero di Mujica non menzionati dall’Economist e da altri. Come affermato da Mujica nel suo importante intervento alle Nazioni Unite il problema fondamentale è quello se vogliamo che sia la globalizzazione a governare l’uomo o l’uomo a governare la globalizzazione. Mentre l’Europa delle cricche ha scelto, contro la volontà della maggioranza dei suoi cittadini, la prima opzione e tutti noi stiamo pagando molto caro questo tremendo errore, l’America Latina sta tentando la seconda.

Mujica, appunto. La sua scelta di vestire panni dimessi in ogni occasione è  segno di forte personalità e grande coerenza. Nel nome dei poveri del suo Paese e del pianeta che Mujica ha scelto da moltissimo tempo di difendere e rappresentare, alternando, nel corso della sua vita lunga e valorosa, strumenti diversi, dal mitra alla scheda elettorale. Ma Mujica non è solo povertà francescana, in significativa sintonia con il Papa argentino, ma anche impegno ambientalista alla difesa del pianeta, contro il consumismo esasperato dell’Occidente e avversione profonda alla competizione spietata tipica del capitalismo. Contro lo sfruttamento dei lavoratori e per uno sviluppo che porti alla felicità e non ne determini invece, come avviene comunemente anche nelle nostre società opulente o ex tali, la negazione. Chi ha dubbi in proposito ascolti attentamente il discorso alle Nazioni Unite che ho appena linkato. Un esempio di coerenza e umiltà, ma anche di critica senza compromessi all’attuale sistema dominante: un esempio che va senz’altro apprezzato e seguito. Una volta tanto quindi, possiamo dichiararci d’accordo con l’Economist, rivista che del resto, nella sua qualità di testa pensante del capitalismo finanziario, non può esimersi, a sua volta, di cercare alternative a un sistema sempre meno vivibile, distogliendo lo sguardo dall’Europa e dall’Occidente per posarlo sul continente latinoamericano. Paradossi dell’intelligenza.