Stare o non stare: questo è il problema

“Cinque! E ora?”. È uno dei tanti interrogativi che affliggono milioni di italiani durante il periodo natalizio, quando si gioca a settemmezzo. Quaranta carte, italiane oppure francesi (nel qual caso si tolgono gli otto, i nove e i dieci, oltre ai due jolly).

Con una figura, un asso, un due o un tre si chiama una carta. Il quattro (talvolta anche il tre) lo bruci, se il sette e mezzo che stai giocando lo prevede: è un numero sfortunato, e la fantasia popolare può così rinominarlo becchini (sono in quattro, disposti come i semi italiani e francesi, a portare sulle spalle un feretro) . Con sei e sette “stai”, e puoi puntare pesante, ma se la prima carta che il banchiere ti ha passato è uno stramaledetto cinque? Inutile bluffare. O vai avanti, ma la probabilità di sballare è alta, o ti fermi e contieni il rischio, attingendo il meno possibile al tuo gruzzoletto.

A quel punto tutti sapranno che non hai né un sei né un sette, e lo saprà in particolare chi tiene il banco. Tant’è. In questi casi è meglio accontentarsi, in attesa di mani migliori.

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Bello partecipare, ma l’importante è vincere.

Se la prima carta che hai in mano è il re di denari, la (carta) matta, ti senti padrone del mondo. E se la seconda carta, quella che hai chiamato, è una figura o un sette gridi SETTE E MEZZO e magari aggiungi LE-GI-TTI-MO, scandendo bene le sillabe e gongolando di soddisfazione. Anche perché il sette e mezzo legittimo (o reale, o d’emblée), fatto con due sole carte, spesso viene pagato (spesso, però, non sempre) il doppio della posta.

Il banchiere, il solito amico o parente guastafeste, scopre un sette? Ti sgonfi in un battibaleno e rientri nei ranghi: non avrà la tua “matta”, ma esibisce pur sempre un punteggio importante. E se l’amico o il parente prosegue, pescando una figura, può scapparci l’imprecazione. Sono momenti che mettono a nudo la vera essenza del gioco. Al tavolo verde, e alla solenne sobrietà del banchiere del suo fratello nobile (il blackjack), il sette e mezzo preferisce il tavolo imbandito di scodelle con noccioline e frutta secca, di fette di panettone e di pandoro, di ciotole di baccalà fritto e di ogni ben di Dio avanzato dall’abbuffata natalizia? D’accordo: anche a sette e mezzo, però, tutti giocano  per vincere.

 

Triplette alla veneziana (o alla francese)

venezianeVale più del sette e mezzo d’emblée, per i pochi che lo conoscono, il sette e mezzo triplo (o triplé): è realizzato da chi ha un sette e gliene arriva un altro (farebbe 14, ma l’eccezionalità dell’evento eleva questo punteggio alla dignità del più alto rango possibile), o gli viene invece la “matta”.

Il triplé è previsto dal sette e mezzo veneziano (o francese), insieme a una serie di altre regole. Il quattro da cambiare (se si vuole); una prima carta da scoprire (anche qui se si vuole), e una seconda da mantenere coperta; la presenza di un piatto (dopo un giro di carte, se rimane qualcosa, va al banchiere). Il gioco «si fa in molti, ove uno tien banco e dà agli altri una carta alla volta» (Giuseppe Boerio, Dizionario del dialetto veneziano, Venezia 1829, p. 742).

Non è un passatempo per giovani

Già ben rodato nel Settecento, ma di certo anteriore, il settemmezzo non è molto diverso dai tanti giochi di carte nei quali si deve ottenere un certo punteggio per aggiudicarsi una posta. Francesco Cherubini, nel suo Vocabolario milanese-italiano (Milano 1814, tomo I, p. 210), lo dice “simile” a diversi altri: il nœuv (‘nove’), il vùndes e mezz (‘undici e mezzo’), il quìndes (‘quindici’), il ventùn (‘ventuno’) e il trentùn (‘trentuno’).

Una novella ottocentesca, ambientata a Verona (La fontana del ferro), racconta di due giovani amici che si rivedono dopo cinque anni: Federigo e un “forestiere” (Dumond). “Che penitenza hai fatta alla conversazione di mia zia! che te ne parve?”, chiede il primo. “Abbastanza sonnifera, con tua licenza”, risponde l’altro. “Un giuoco di settemezzo a dieci centesimi, quattro vecchi nojosi, ed un cattivo caffè, Federigo, sono cose da morire” (Giacomo Mosconi, Tre novelle, Milano, Fontana, 1832, p. 132).

Giovani, già allora, presi dalla fretta di correre. “Il  mondo è di chi lo sa godere, e convien non perder tempo fin che siam giovani: quando verrò vecchio, allora, allora…”. Parola di Dumond.  

di Massimo Arcangeli e Sandro Mariani