Settecentomila euro stanziati dal ministero dei Beni Culturali per fare campagne di scavo in Italia. Seicentomila quelli investiti da tre soli enti di ricerca stranieri dei quarantadue che hanno cantieri aperti sul suolo italiano. Tradotto: il Mibact non fa quasi più ricerca archeologica e i capitali che la finanziano provengono sempre più dall’estero. A tenere alta la bandiera della gloriosa scuola italiana sono le università, ma con risorse sempre più esigue: un po’ ovunque gli atenei hanno ridotto i budget a causa della scarsità dei fondi provenienti dal Miur. “Gli stranieri spendono molto più di noi – spiega Salvatore Settis, decano degli archeologi italiani e storico dell’arte – una vergognosa mortificazione iniziata con i tagli operati nel 2008 dal ministro Bondi”. E mentre la ricerca langue, un numero notevole e crescente di giovani archeologi disoccupati se ne va a lavorare ad altissimi livelli all’estero. Per poi tornare in Italia a fare i loro scavi con i soldi degli enti stranieri. 

Dall’Istituto archeologico germanico all’università di TexasIl documento di Programmazione lavori pubblici 2013-2015 del ministero prevede 42 progetti di scavo per un totale di 1.087.000 euro. Di questi solo otto sono finalizzati alla ricerca pura, finanziati con un totale di 702 mila euro (degli altri, 6 sono preventivi, effettuati cioè quando si deve realizzare un’opera pubblica; 4 sono d’urgenza; 24 non sono finanziati). Poi c’è un progetto di “indagine archeologica” da 25mila euro. Totale: 727mila euro. In Italia però fanno ricerca 42 enti stranieri, tra università e istituti di cultura. Tre soli di questi enti spendono quasi quanto il Mibact.

La Michigan University nello scavo di Gabii, alle porte di Roma, investe in media 300mila euro l’anno. “L’Istituto Archeologico Germanico – spiega il suo direttore, Henner von Hesberg – spende oltre 200 mila euro l’anno solo per i 4 scavi più importanti”. E il Dipartimento di Arte e Storia dell‘università del Texas da 8 anni investe oltre 100 mila euro l’anno per il suo scavo a Oplontis, vicino a Pompei: “In questi 8 anni non c’è stato alcun contributo economico dal governo italiano”, spiega John R. Clarke, condirettore del progetto. Senza contare il ruolo dei grandi istituti come la British School at Rome, l’American Academy o l‘École française de Rome, che gestiscono bilanci milionari e seguono decine di progetti in tutto il paese. 

Settis: “Il declino cominciò con Bondi ministro”.  “Una disparità innegabile – spiega Salvatore Settis – frutto di una politica suicida cominciata nel 2008, quando il ministero dei Beni culturali era guidato da Sandro Bondi: quell’anno vennero tagliati alla cultura 1,5 miliardi d’un colpo. Questi tagli hanno portato ad una vergognosa mortificazione delle Soprintendenze che, nate come enti di ricerca oltre che di tutela, si occupano ormai solo di conservazione e hanno smesso di fare ricerca, venendo meno ad una delle loro funzioni principali. Il risultato è che oggi gli stranieri investono molto più di noi sul nostro stesso suolo. Un esempio, sul versante della conservazione, è l’investimento fatto dal Packard Humanities Institute per il sito di Ercolano. E mentre noi tagliamo, gli altri paesi vanno nella direzione opposta: in Francia già il governo di destra di François Sarkozy previde un incremento di 21,9 miliardi di euro in 5 anni per la cultura”. 

Università, sempre meno fondi. A tenere in piedi la ricerca in Italia restano le università, ma con risorse sempre più esigue. Il fondo Grandi Scavi della Sapienza, l’ateneo che storicamente investe di più nel settore, è passato dai 500 mila euro del 2010 ai 450 mila del 2013 . “L’archeologia è in forte difficoltà – spiega Clementina Panella, ordinaria di Metodologie della ricerca archeologica della Sapienza – i tagli ci stanno paralizzando. Io sono l’unica archeologa italiana ad essere stata finanziata dal Miur nel 2013 nell’ambito dei Progetti di Ricerca di interesse nazionale. Fino a qualche anno fa c’era il Cnr a finanziare progetti non suoi, ora neanche più quello”. Budget in calo anche all’Università di Bologna, dove i fondi sono passati dai 100 mila euro del 2006 agli 86 mila del 2013 e si ricorre a risorse provenienti da fondazioni bancarie, culturali e fondi personali dei singoli docenti come il Prin. “Che per il 2014 è stato cancellato – spiega Fabio Martini, ordinario di Paletnologia all’università di Firenze – io sono tra gli archeologi più finanziati dell’ateneo e ho a disposizione in media 3.500 euro l’anno. Così sono costretto a chiedere soldi a comuni, fondazioni e banche. Se non ci fossero loro non si farebbe neanche ricerca di base”. “E i danni causati dal blocco del turnover sono stati ingentissimi – continua Anna Benvenuti, direttore del Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo dell’ateneo – non abbiamo più neanche un docente di etruscologia, in tutto l’ateneo c’è un solo docente di archeologia classica”. Va meglio alla Statale di Milano, dove dal 2007 il fondo è di 180 mila euro, e alla Ca’ Foscari di Venezia dove, dopo il calo da 55 a 50 mila euro, per il 2014 lo stanziamento è stato portato a 100 mila euro.  

Il caso Gabii. Cifre che impallidiscono di fronte alle risorse impiegate dagli stranieri. La Michigan University sta riportando alla luce un solo edificio nello scavo di Gabii, che ha fatto il giro del mondo dopo essere finito sul New York Times ad agosto: “Stiamo lavorando su una costruzione medio-repubblicana del 3° secolo a.C. che testimonia l’esistenza di edifici monumentali antecedenti al Colosseo – spiega Nicola Terrenato, docente responsabile del Gabii Project – l’ateneo ha investito 2 milioni di dollari in 5 anni, per una media di 400mila dollari l’anno”. Quasi quanto investe per l’intero sito sito la Soprintendenza speciale di Roma, che come le altre soprintendenze per legge supervisiona i lavori ed è concentrata sulle attività di conservazione: “La Soprintendenza ha investito 222 mila euro nel 2012 e 397mila nel 2013 per attività, nell’area archeologica di Gabii – spiega il direttore Maria Rosaria Barbera – relative a scavi e interventi conservativi, manutenzione degli impianti, adeguamenti della sicurezza e pulizie della sede”. “Noi paghiamo alla Soprintendenza persino gli straordinari dei custodi – conclude Terrenato – finora abbiamo portato alla luce i 2/3 dell’edificio, l’estate prossima concluderemo lo scavo con finanziamenti tutti americani”. 

Mibac: “2013, l’annus horribilis”. “Per la ricerca pura ci sono pochi finanziamenti – conferma Luigi Malnati, direttore della Direzione generale per le Antichità, che rilascia le concessioni di scavo a università e enti di ricerca italiani e stranieri – perché le priorità sono la messa in sicurezza dei musei e la manutenzione delle aree archeologiche. Le soprintendenze sono impegnate quasi solo nella tutela, anche perché il ministero ha pochi funzionari. Ma ci sono anche pochi dirigenti, archeologi, restauratori, magazzinieri, archivisti e maestranze varie senza le quali lavorare è difficile”. Così il ruolo degli enti stranieri si fa sempre più indispensabile: “Solo a Pompei sono presenti 23 scuole straniere, compresi Giappone e Sudamerica. Ma non si può fare conservazione se non si fa ricerca, perché non si hanno l’autorevolezza e la credibilità necessarie”. “Il 2013 è stato il nostro annus horribilis – spiega Antonella Recchia, segretario generale del Mibac – frutto dei tagli drammatici decisi dai governi negli ultimi anni, specie nel 2010: il 2014 sarà meno in sofferenza, il governo Letta ha evitato che nuovi tagli colpiscano il ministero”.

Missioni all’estero, crollano i fondi – “L’Italia ha una lunghissima tradizione di scavi all’estero – spiega ancora Clementina Panella – Creta, per fare solo un esempio, ce la siamo inventata noi. Ma negli ultimi anni c’è stata una contrazione fortissima”. “Da 133 nello scorso anno a 178 nel 2002: di tanto sono aumentate le missioni archeologiche all’estero finanziate dal Ministero degli Affari Esteri, per un totale di 5 milioni di euro”, si legge in un comunicato della Farnesina datato 27 giugno 2002. Undici anni dopo restano le briciole: secondo i dati forniti dal ministero, la Farnesina ha finanziato missioni per 927.400 euro. Nello stato di previsione pubblicato sul suo sito del MAE si legge che nel 2014 i “contributi per missioni scientifiche e di ricerche preistoriche, archeologiche ed etnologiche ed altre simili o collegate all’estero ivi compresi interventi di restauro e conservazione del patrimonio archeologico” ammonteranno a 675 mila euro.

Archeologi in fuga – In questa situazione, sempre più archeologi formati a spese dello Stato nelle università italiane se ne vanno all’estero a fare la fortuna degli atenei stranieri per poi tornare a scavare in Italia al loro servizio. “Clemente Marconi è stato un mio studente alla Normale di Pisa – racconta Salvatore Settis – ora insegna alla New York University ed è il direttore della campagna di scavi che l’Institute of Fine Arts dell’ateneo conduce da anni a Selinunte”. Ancora: “Anche Francesco De Angelis è stato mio allievo a Pisa, ora è il vicedirettore del Center for Ancient Mediterranean della Columbia University”. E dirige lo scavo che l’ateneo finanzia a Villa San Marco e Villa Arianna a Stabia, vicino Napoli. Anche Nicola Terrenato è fuggito dall’Italia: “Ho fatto il dottorato, ma poi c’erano pochissimi concorsi. Così ho cominciato a farne all’estero, prima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti: dal ’98 al 2007 ho insegnato all’università della North Carolina, oggi ho una cattedra di archeologia classica alla Michigan University”. “E poi ci sono i molti che restano in Italia, non trovano lavoro e decidono di fare altro – conclude Martini – oppure fanno come un’archeologa mia collaboratrice: la mattina lavora come donna delle pulizie e il pomeriggio viene in facoltà”.