Letta è ammirevole quando spiega con serio cipiglio il suo impegno e le sue scelte e l’impossibilita’ di accontentare tutti. Lui però fa bene solo quelle cose che già i politici e gli economisti del secolo scorso facevano per affrontare le crisi, ovvero le classiche politiche di riqualificazione e riallocazione della spesa, cui deve aggiungere (per seguire pedissequamente le direttive europee) il taglio di molte spese (che aggravano fortissimamente la crisi). Quindi di suo può fare quel poco per il sostegno dei lavoratori e delle fasce di povertà lasciate allo sbando dal precedente governo. Troppo poco.

Su questo piano persino il “rottamatore”, il nuovo delfino della nostra politica, quel Renzi stravincitore delle primarie nel Partito democratico, si muove in un brodo vecchio.

Infatti se n’è uscito all’esordio della attività di segretario del Pd con una dichiarazione sconcertante sull’abbandono dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Sì, certo, l’art. 18 non è un totem, così come lo Statuto dei Lavoratori. Ma non perché sia obsoleto (quello avrebbe dovuto essere il “Vangelo” di tutti i lavoratori del mondo, non un totem), è il mondo del lavoro che è cambiato profondamente, e ancor più cambierà nei prossimi 20-30 anni.  

Il mondo cambia. La tecnologia, le comunicazioni e la globalizzazione stanno sconvolgendo tutto il sistema sociale costruito nel ventesimo secolo. Potrebbe essere un fenomeno positivo se pilotato con capacità e saggezza. Diventa invece uno tsunami vagante se si lascia all’avidità del mercato e all’iniziativa dei singoli la libertà di fare con le imprese e con il lavoro ciò che vogliono.

Già si vedono i risultati: miliardari che diventano ancor più ricchi, mentre la povertà ritorna laddove era già stata sconfitta.

La globalizzazione si può mitigare solo se tutti i grandi paesi si accordano per creare delle regole utili a tutti. Si può fare, a condizione che non ci siano solo i miliardari a governare le nazioni, e invece è proprio ciò che sta accadendo (al di là di certe apparenze).

Non facciamoci illusioni sulla fine della crisi, non ci può essere nessuna fine con questi pannicelli caldi che il pur volenteroso Letta si adopera a dispensare. Non possiamo continuare a subire i ricatti della Merkel e dei suoi alleati europei. Abbiamo già visto che la Cancelliera tedesca ha ben poco da invidiare alla Thatcher. Seguire lei significa fare i suoi interessi (della Germania), non quelli dell’Europa, e tantomeno dell’Italia.

Occorre molto di più, e non sono solo soldi. Intanto bisogna cambiare alla prima occasione quei politici e quei burocrati europei che ancora oggi invocano l’austerità. Non si può uscire dalla crisi con l’austerità, e nemmeno coi pannicelli caldi che l’Europa lascia passare, le economie emergenti adesso subiscono una fase di calo dovuta alla crisi delle economie più forti, ma se dovessimo veramente uscire dalla crisi, anche loro riprenderebbero a correre, e molto più di noi. Bisogna inventare qualcosa di nuovo.

Siamo in un’epoca di grande cambiamento, si salva solo chi riesce a innovare. Ma questa innovazione non compete alle imprese, compete allo Stato. Non sto parlando perciò delle innovazioni tecnologiche, ma di innovazioni sociali che consentano ai paesi evoluti (come l’Italia) di porsi di nuovo all’avanguardia, proprio come fece con lo Statuto dei Lavoratori, che poi una classe politica non all’altezza non ha saputo esportare. Adesso occorrono strumenti nuovi, ma devono essere pur sempre strumenti che garantiscano il lavoro a tutti e impediscano lo sfruttamento selvaggio cui le recenti cronache dei cinesi morti a Prato testimoniano come pratica attualissima (e se succede a Prato possiamo immaginare cosa succede nelle cosiddette economie emergenti).

L’Italia ha il vantaggio di avere la riforma da attuare con urgenza già scritta nella Costituzione: dare il lavoro a tutti. Un lavoro che, pur essendo di fortuna, sia comunque retribuito adeguatamente e secondo i principi del rispetto della persona. Un lavoro che sia garantito laddove non arrivano a farlo le imprese private. Lo Stato deve garantire a chi perde il lavoro non un sussidio di disoccupazione, ma un lavoro provvisorio qualsiasi, che tra l’altro costerebbe poco più dei sussidi. In uno Stato dove tutti lavorano la crisi non c’è.

Adesso è arrivato il momento di dire basta alla finanza creativa, e inventare invece lavoro e imprese alla portata di tutti. Solo così l’Italia si potrebbe non solo salvare, ma addirittura potrebbe davvero tornare tra le migliori economie del mondo, perché in fatto di capacità unite alla fantasia non ci batte nessuno.